Archivio degli articoli con tag: tracce

Bisogna lavare lavare lavare lavare, non pensare a nient’altro, pulire, non lasciare neanche una briciola, eliminare tutto, ogni traccia é una desolazione, la prova che qualcosa é stato sporcato, lo so bene che é impossibile far fronte a tutto questo sudiciume, ma bisogna provarci (…). Vede, gli angoli sono importanti, é lí che va a cacciarsi tutto quel che può sfuggire all’attenzione, pensiamo di aver finito e invece no, non é così, gli angoli sono pieni di residui, e se non li sgomberi subito si accumulano, aumentano, si radicano, fanno massa, saltano agli occhi, capisce, Marta ? negli angoli sta l’essenziale.
Nathalie Kuperman, La domestica, Codice Edizioni

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Foto Irving Penn

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progetto e foto di James Mollison

Dove i bambini dormono

Dove i bambini dormono – storie di diversi bambini in tutto il mondo  raccontata attraverso i ritratti e le immagini delle loro camere da letto.

“Quando Fabrica mi ha chiesto di venire con un’idea per impegnarsi con i diritti dei bambini , mi sono trovato a pensare alla mia camera da letto : come è stata significativa  durante la mia infanzia , e come si riflette ciò che ho avuto e chi ero . Mi venne in mente che un modo per affrontare alcune delle situazioni complesse e le problematiche sociali che colpiscono i bambini poteva essere quella di guardare le camere da letto dei bambini in tutti i tipi di circostanze diverse . Fin dall’inizio , non volevo che soloche fosse di ‘ bambini bisognosi ‘ nel mondo in via di sviluppo , ma piuttosto qualcosa di più inclusivo , sui bambini da tutti i tipi di situazioni.Il mio pensiero era che le immagini delle camere da letto sarebbero state con il materiale dei bambini e circostanze culturali ‘ i ​​dettagli che segnano inevitabilmente le persone le une dalle altre ‘ , mentre i bambini stessi sarebbero apparsi nella serie di ritratti come individui , da pari a pari ‘ proprio come i bambini. Questa è una selezione dei dittici del libro ( Chris Boot novembre 2010) . Il libro è scritto e presentato ad un pubblico di 9-13 anni di eta ‘ destinato a interessare e coinvolgere i bambini nei dettagli della vita di altri bambini in tutto il mondo , e le questioni sociali che li riguardano , mentre anche essere un serio saggio fotografico per un pubblico adulto .”

 

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da Identikit di Luigi Ghirri

La mia casa è esercizio quotidiano oltre che di gesti e comportamenti già ampiamente scontati e risaputi, dell’elaborazione del mio lavoro. Ho delegato per questo autoritratto gli oggetti (libri, dischi, etc.) che testimoniano di un rapporto di conoscenza, di cultura, della mia fantasia, del passare del mio tempo. Identikit diventa così continuazione ideale del mio lavoro eseguito e di quello che andrò ad eseguire.

Luigi Ghirri, Identikit

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“Cerca animas” foto di Desiree Dolron

« Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco –a volte anche un leopardo-, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore a ogni piccola cosa. »

Tiziano Terzani dall’ Himalaya indiana, Lettere contro la guerra

foto di Todd Hido  www.toddhido.com

foto di Todd Hido
http://www.toddhido.com

“Aprirò la mia casa a un uomo di passaggio”  di  Elasti

Ho sempre pensato che fosse una pratica bellissima. Ho sempre ammirato tutti coloro che lo fanno. Perché, diciamocelo, occorre essere generosi, curiosi, aperti, incuranti, rilassati e impavidi. Perché bisogna avere una grande disponibilità a condividere, e a mettersi in gioco. Perché è necessario affrancarsi da quell’attaccamento insano alle cose. Perché non bisogna avere paura di perdere pezzetti di sé, condividendo i propri oggetti e la propria tana. Ho sempre pensato che scambiare la propria casa con quella di sconosciuti, affittare, o, ancora meglio, prestare i luoghi in cui si vive abitualmente a qualcuno di cui non sai nulla, sia un atto di libertà. Perché, in fondo, quel senso di possesso esclusivo e viscerale rende tutti un po’ schiavi.Ho sempre predicato bene e razzolato malissimo. Io, casa mia non l’ho mai scambiata con nessuno, non l’ho mai prestata a ignoti né tantomeno affittata a estranei paganti. Casa mia è mia, mi dice la pancia. È mio il letto in cui dormo, sono mie le lenzuola, mio il cuscino, mio il bagno, miei i cassetti, mie le memorie e la biancheria che ci stanno dentro, mio il comodino con sopra il romanzo che sto leggendo, mio il divano, mie le fotografie che raccontano la mia storia, mio il tavolo della cucina, mia la libreria, mio il rosso psichedelico con cui ho dipinto la parete della sala da pranzo, mia l’aria sopra il mio pavimento e sotto il mio soffitto. Non va bene. Sono territoriale come un gatto, possessiva e gelosa come la più nevrotica delle massaie, meschina come chi non riesce a elevarsi oltre il proprio ombelico.Anche quest’anno trascorriamo l’estate nella città di A, in Massachusetts, dove mio marito lavora tra economisti marxisti ed emarginati come lui: e noi – prole ed io – cerchiamo il nostro ubi consistam con alterni risultati.«Paul, il mio collega, ci presta casa sua. Starà via tre mesi. Dice che gli fa piacere se stiamo da lui», ha annunciato mio marito. «Lo sa che abbiamo tre figli maschi e piccoli?». «Certo». «Sa che useremo i suoi letti, la sua cucina, il suo bagno?». «Credo che lo immagini». Così, Paul mi ha dato una grande lezione e ci ha accolto, in cinque nel suo mondo, con generosità, disinvoltura, naturalezza e coraggio.Non ho mai incontrato Paul. E neppure sua moglie. Né i suoi due figli, poco più grandi dei miei. Ma vivo a casa loro. Di loro so che amano camminare in montagna e fare picnic, perché ho visto le fotografie appese ai muri. So che amano il jazz e hanno una collezione di dischi in vinile che ascoltano con un giradischi d’epoca che mi ha ricordato l’infanzia e ha suscitato la morbosa curiosità dei miei figli. So che amano i tè esotici e non si scompongono se sono pieni di farfalline. So che leggono libri di fantascienza e nel garage hanno sette biciclette, tre monopattini e un paio di trampoli. Non hanno neppure uno specchio in cui guardarsi tutti interi. Probabilmente la domenica fanno il barbecue e tagliano l’erba del giardino. Forse hanno fatto un viaggio in Africa e hanno portato indietro delle maschere paurose. Mangiano gelatina alla menta che ha un colore verde smeraldo, giocano a scacchi e su un albero hanno costruito una casa. Hanno un pianoforte e una cartina del mondo, appesa in bagno, proprio accanto al gabinetto, ed è un bel modo per ripassare la geografia e coltivare i propri desideri di fuga. Percorriamo le loro tracce, lasciamo che il loro mondo ci inghiotta e che la loro presenza impalpabile, ma prepotente, ci avviluppi. Cerchiamo di essere discreti e rispettosi, consapevoli del privilegio di abitare il contenitore di vite altrui. Questo posto mi ha convinto: aprirò un giorno la mia casa a un Paul di passaggio, metterò a tacere la massaia possessiva e gelosa e condividerò le mie tracce e le mie cose. Perché è un bel modo per lasciarsi andare, per liberarsi dei propri egoismi un po’ gretti, per scoprire quali e dove sono le cose importanti.

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