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tribunalesurreale

una immagine surreale del tribunale di Firenze

L’odio eterno per quello del terzo piano

di Simone Lenzi

Se non sono mai riuscito a credere fino in fondo a nessuna utopia sociale, è perché mi è capitato di prendere parte alle riunioni di condominio.
Come fai a credere nel sole dell’avvenire quando sai che c’è chi ti salta alla gola per una lampadina bruciata? E alla pace nel mondo, quando c’è chi guerreggia per una servitù di passaggio? Ora, la mia impressione è che il tasso di astiosità delle riunioni di condominio sia sensibilmente aumentato negli ultimi anni. Non c’è bisogno di scomodare un sociologo per capirne il motivo: la gente sta male, e si vede. Non è solo la crisi, l’incertezza del futuro, la mancanza di progetti sensati. È un farsi piccini piccini, autoreferenziali, centrati sempre e soltanto su se stessi. È la paura di tutto, la paura degli altri. L’idea che esista un orticello da presidiare con il filo spinato. Chi mi conosce sa che litigare con me è una cosa abbastanza difficile. Bisogna metterci impegno. Eppure, proprio io, per una lite condominiale ho dovuto cambiare casa. Perché in ogni condominio c’è sempre qualcuno che, per sopportare l’enorme voragine di senso sull’orlo della quale siamo tutti sospesi, vive il pianerottolo come un’estensione vitale del proprio essere. Ci sono donne per cui l’androne del palazzo assume una valenza uterina, uomini per cui la parabola di Sky è un’estensione del pene. Vecchi che hanno un bisogno di silenzio che neanche un monaco benedettino, e che per questo si lamentano se solo osi camminare in casa tua. So bene che dirlo non serve. Che non basta un articolo, che tutto resterà come prima. Ma voglio fare un appello accorato a tutti coloro che in questo momento si sentono vittime di un sopruso condominiale e giurano odio eterno a quello del terzo piano. A tutti quelli che in questo momento stanno per ingolfare la già disastrosa macchina della giustizia con l’ennesima causa per una scemenza qualunque. Agli avvocati disperati che, pur di guadagnare due spiccioli e non girarsi i pollici guardando il soffitto, istigano il condomino di turno ad adire alle vie legali. Vi dico: lasciate perdere. Fregatevene. Provate a misurare il vostro problema di millesimi sulle quote dell’illuminazione delle scale con un qualunque pensiero cosmologico. Pensate ad esempio che la Via Lattea ha un diametro di circa 100.000 anni luce ed è solo una delle circa 100 miliardi di galassie dell’universo osservabile. E alla luce infinita di questo, rasserenatevi. Fatevi una vita. Che tanto tutto è vanità, e, di tutto, niente è più vano del vano scale.

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… e questi sono due vicini molto lontani, quartiere Isola, Milano

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titina

La amavo con abbandono assoluto. (…) Tutte le altre case (poche del resto, a parte gli alberghi) sono state dei tetti  che hanno servito per ripararmi dalla pioggia e dal sole, ma non delle CASE nel senso arcaico e venerabile della parola. (…) Tutto mi piace in essa: l’asimmetria dei suoi muri, la quantità dei suoi saloni, gli stucchi dei suoi soffitti, il cattivo odore della cucina dei miei nonni, il profumo di violetta nella stanza di toletta di mia Madre, l’afa delle sue scuderie, la buona sensazione di cuoi puliti della selleria, il mistero di certi appartamenti non finiti al secondo piano, l’immenso locale della rimessa nella quale si conservavano le carrozze; tutto un mondo pieno di gentili misteri, di sorprese sempre rinnovate e sempre tenere. Ne ero il padrone assoluto e di corsa ne percorrevo continuamente i vasti spazi

G. Tomasi di Lampedusa “I Racconti” Feltrinelli

C’è quasi sempre un briciolo di nostalgia quando pensiamo alla casa che abitavamo da piccoli. Non importa che fosse al quarto piano senza ascensore, che non avesse il riscaldamento, che fosse la casa dove mai abbiamo avuto una stanza “nostra”, dove forse anche ha abitato la povertà o il disagio. Perché che la nostra dimora fosse fastosa oppure un semplice appartamento di una periferia, essa ci rimanda comunque alla protezione vissuta in quel luogo preciso, all’immagine di una unione, di un grembo.

Probabilmente, a parte il senso di protezione della casa natale, le si attribuiscono valori di sogno, gli ultimi valori che rimangono quando la casa non c’è più.

Si ricorda l’angolo dove ci mettevamo a giocare o a leggere o a nasconderci o ad annoiarci a morte.  E’ la casa della memoria, è la casa dell’infanzia, è la prima casa, la casa “unica” per noi. Il filosofo Gaston Bachelard dice: “La casa natale è qualcosa di più di un insieme di alloggi, è un corpus di sogni.” E continua: “La casa natale ha inciso in noi la gerarchia delle diverse funzioni di abitare. Noi siamo il diagramma delle funzioni di abitare quella casa e tutte le altre case non sono che variazioni di un tema fondamentale. La parola abitudine è una parola abusata troppo per poter indicare il legame appassionato del nostro corpo che non dimentica la casa indimenticabile.”

immagini della casa che ricordiamo

Non è solo il nostro essere bambini in quella casa, non è soltanto ricordare l’atmosfera della famiglia che adesso non c’è più. E’ anche un ricordo vivo delle mura della casa.

Il corridoio lungo dove si affacciavano tutte le stanze

La cucina col tavolo anche sotto alla finestra

Il tavolo col piano di formica screziata di bianco

La tendina della finestra sulla  piccola corte

Il ripostiglio con l’odore di cera

Le finestre da cui si vedevano le colline

Il riflesso del lampadario di cristallo nello specchio dorato

Le piastrelle del bagno con i disegni che diventavano qualcosa che volevi come le nuvole

La ciotola di argento con le palline di lacca rossa che si potevano svitare

La poltroncina di velluto blu dove la nonna lavorava all’uncinetto

L’armadio dove si nascondevano le tavolette di cioccolata

Il punto preciso della cucina dove era appesa la gabbia dei pappagallini

Il divano rosso scuro del salotto “buono”

Il tavolo laccato lucido che si apriva a libro

Il copriletto a quadri rosso e nero per l’estate e di quello di lana ruvida per l’inverno

Il terrazzo stretto dal quale vedere la strada e la vita tranquilla che si svolgeva  fuori.

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da Identikit di Luigi Ghirri

La mia casa è esercizio quotidiano oltre che di gesti e comportamenti già ampiamente scontati e risaputi, dell’elaborazione del mio lavoro. Ho delegato per questo autoritratto gli oggetti (libri, dischi, etc.) che testimoniano di un rapporto di conoscenza, di cultura, della mia fantasia, del passare del mio tempo. Identikit diventa così continuazione ideale del mio lavoro eseguito e di quello che andrò ad eseguire.

Luigi Ghirri, Identikit

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foto da Leslie Avon Miller

(dedicato a Alice Munro, Nobel Letteratura 2013)

“Si siede come sempre nella sua grande poltrona, circondata da pile di libri e di riviste mai aperte. Sorseggia adagio la tisana insipida che ha preso il posto del caffè. C’è stato un momento in cui ha creduto che non ce l’avrebbe fatta a tirare avanti senza caffè, ma poi ha scoperto che quello di cui non può fare a meno è stringere in mano il tazzone caldo, che è quella sensazione a favorirle i pensieri, o qualunque altra pratica svolga nel corso delle ore, o delle giornate.”
ALICE MUNRO, TROPPA FELICITA’

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“Cerca animas” foto di Desiree Dolron

« Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco –a volte anche un leopardo-, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore a ogni piccola cosa. »

Tiziano Terzani dall’ Himalaya indiana, Lettere contro la guerra

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photo by Menno Aden

“Spesso mi mettevo a cucinare nel primo pomeriggio. (…) era felicità e al tempo stesso uno stato molto preciso di abbandono ad un pensiero in divenire. Lentamente con cura, perché durasse di più, in quei pomeriggi cucinavo per quelle persone assenti.  Se non c’era una minestra pronta, non c’era niente, (…) allora non restava che mondare la verdura, mettere a cuocere la zuppa e scrivere. Nient’altro.”

Marguerite Duras “La vita materiale”

foto di Todd Hido  www.toddhido.com

foto di Todd Hido
http://www.toddhido.com

“Aprirò la mia casa a un uomo di passaggio”  di  Elasti

Ho sempre pensato che fosse una pratica bellissima. Ho sempre ammirato tutti coloro che lo fanno. Perché, diciamocelo, occorre essere generosi, curiosi, aperti, incuranti, rilassati e impavidi. Perché bisogna avere una grande disponibilità a condividere, e a mettersi in gioco. Perché è necessario affrancarsi da quell’attaccamento insano alle cose. Perché non bisogna avere paura di perdere pezzetti di sé, condividendo i propri oggetti e la propria tana. Ho sempre pensato che scambiare la propria casa con quella di sconosciuti, affittare, o, ancora meglio, prestare i luoghi in cui si vive abitualmente a qualcuno di cui non sai nulla, sia un atto di libertà. Perché, in fondo, quel senso di possesso esclusivo e viscerale rende tutti un po’ schiavi.Ho sempre predicato bene e razzolato malissimo. Io, casa mia non l’ho mai scambiata con nessuno, non l’ho mai prestata a ignoti né tantomeno affittata a estranei paganti. Casa mia è mia, mi dice la pancia. È mio il letto in cui dormo, sono mie le lenzuola, mio il cuscino, mio il bagno, miei i cassetti, mie le memorie e la biancheria che ci stanno dentro, mio il comodino con sopra il romanzo che sto leggendo, mio il divano, mie le fotografie che raccontano la mia storia, mio il tavolo della cucina, mia la libreria, mio il rosso psichedelico con cui ho dipinto la parete della sala da pranzo, mia l’aria sopra il mio pavimento e sotto il mio soffitto. Non va bene. Sono territoriale come un gatto, possessiva e gelosa come la più nevrotica delle massaie, meschina come chi non riesce a elevarsi oltre il proprio ombelico.Anche quest’anno trascorriamo l’estate nella città di A, in Massachusetts, dove mio marito lavora tra economisti marxisti ed emarginati come lui: e noi – prole ed io – cerchiamo il nostro ubi consistam con alterni risultati.«Paul, il mio collega, ci presta casa sua. Starà via tre mesi. Dice che gli fa piacere se stiamo da lui», ha annunciato mio marito. «Lo sa che abbiamo tre figli maschi e piccoli?». «Certo». «Sa che useremo i suoi letti, la sua cucina, il suo bagno?». «Credo che lo immagini». Così, Paul mi ha dato una grande lezione e ci ha accolto, in cinque nel suo mondo, con generosità, disinvoltura, naturalezza e coraggio.Non ho mai incontrato Paul. E neppure sua moglie. Né i suoi due figli, poco più grandi dei miei. Ma vivo a casa loro. Di loro so che amano camminare in montagna e fare picnic, perché ho visto le fotografie appese ai muri. So che amano il jazz e hanno una collezione di dischi in vinile che ascoltano con un giradischi d’epoca che mi ha ricordato l’infanzia e ha suscitato la morbosa curiosità dei miei figli. So che amano i tè esotici e non si scompongono se sono pieni di farfalline. So che leggono libri di fantascienza e nel garage hanno sette biciclette, tre monopattini e un paio di trampoli. Non hanno neppure uno specchio in cui guardarsi tutti interi. Probabilmente la domenica fanno il barbecue e tagliano l’erba del giardino. Forse hanno fatto un viaggio in Africa e hanno portato indietro delle maschere paurose. Mangiano gelatina alla menta che ha un colore verde smeraldo, giocano a scacchi e su un albero hanno costruito una casa. Hanno un pianoforte e una cartina del mondo, appesa in bagno, proprio accanto al gabinetto, ed è un bel modo per ripassare la geografia e coltivare i propri desideri di fuga. Percorriamo le loro tracce, lasciamo che il loro mondo ci inghiotta e che la loro presenza impalpabile, ma prepotente, ci avviluppi. Cerchiamo di essere discreti e rispettosi, consapevoli del privilegio di abitare il contenitore di vite altrui. Questo posto mi ha convinto: aprirò un giorno la mia casa a un Paul di passaggio, metterò a tacere la massaia possessiva e gelosa e condividerò le mie tracce e le mie cose. Perché è un bel modo per lasciarsi andare, per liberarsi dei propri egoismi un po’ gretti, per scoprire quali e dove sono le cose importanti.

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