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Auditorium

Abitare la Cura, Auditorium S.Apollonia, Firenze, 1 marzo 2013

Questa giornata deve il suo titolo –Abitare la cura– al libro curato dal prof. Sergio Marsicano che interverrà a fine mattinata. Ci è sembrato che potesse immediatamente spiegare il senso di questa riflessione comune.

Ci  piace infatti considerare qui l’abitare in sintonia con quanto espresso dal filosofo Martin Heidegger nella famosa conferenza del 1951 “Costruire, Abitare, Pensare” nell’ambito di un convegno di architettura a cui partecipò.

In estrema e banale sintesi (su questo poi mi taccio subito perché oggi interverranno studiosi con maggior titolo di me a trattare questi temi con competenza), giocando con il collegamento delle parole tedesche “casa” e “aver cura”, per Heidegger l’abitare può essere considerato una metafora dell’aver-cura. In più questo abitare lo si colloca oggi nelle istituzioni di cura sebbene il luogo abitato per eccellenza sia la casa.

«Molte istituzioni anche pubbliche si chiamano casa di cura, casa di riposo, casa di salute…» – qui cito le parole testuali di Ida Farè, che è stata docente di Architettura al Politecnico di Milano – «come se la parola originaria che esprime l’essenza dell’abitare potesse riscattare, almeno in parte, l’inevitabile limitazione del sé che comporta la vita in ospedale. Il nome casa che si sposta verso i luoghi della cura traduce un bisogno reale e nel verso contrario restituisce una illusione, un desiderata: sarai come a casa tua, questa è una specie di casa. (…) Si può dunque abitare una casa e si può anche abitare un ospedale, ma per quanto riguarda abitare l’ospedale si vive come in un altro mondo: camere asettiche, arredi gelidi e metallici, mobili immobili, finestre che non si aprono, bagni senza specchio, squallide stanze di attesa con quelle seggioline di plastica in fila lungo le pareti, dove ogni visitatore siede come messo al muro e dalle quali in cuor suo spera di allontanarsi al più presto. Insomma pare proprio che lo spazio sia la cenerentola dei luoghi di cura e che l’architettura sia una parente lontana e sconosciuta nei luoghi di malattia.»

E’ quello che fa dire a Margherita Hack che rifiuta il ricovero:

«Vivrò meno, ma più felice. Mi sono resa conto che mi sarebbero mancati la mia attività, mio marito, i miei animali e tutte quelle comodità, privacy compresa, che in ospedale non ci sono. Una vita a metà. Qui a casa, magari al rallentatore, faccio le cose normali.».

Eppure, se guardiamo, fin dal 1860 c’era una attenzione in questo senso: Florence Nightingale, fondatrice della moderna assistenza infermieristica nel suo “Note sulla Cura” dedica un intero capitolo al letto d’ospedale che deve essere basso, di ferro, scostato dal muro da entrambi i lati, e non lontano dalla finestra in modo che il malato possa vedere fuori.

Un altro capitolo parla della luce, di quale sia l’esposizione migliore, e che si lasci entrare il sole. Scrive: «Una leggera cortina bianca al capezzale e alla finestra una stuoia verde che si possa calare a volontà sono più che sufficienti perché dove è il sole là è il pensiero.» Interessante è anche che nei suoi consigli le infermiere sono responsabili non solo del malato ma della camera, essenziale al suo comfort. «Il convalescente passerà qualche ora in poltrona vicino al camino, non lontano dalla finestra. La vista dell’orizzonte, dei giardini e degli alberi rinfrancherà la sua mente e scaccerà le preoccupazioni che lo rattristano.»

Simone de Beauvoir nel suo libro Una morte dolcissima racconta l’esperienza del ricovero in ospedale della madre dapprima per una caduta poi per un tumore fino alla sua morte «In una fedele cronaca, clinica e psicologica insieme, -dice la storica Michelle Perrot nel libro “Storia delle Camere”- la scrittrice pur mai privilegiando la descrizione degli spazi ne segue attentamente la trasformazione: l’effetto è sconvolgente.» L’inizio è una clinica di cui vanta i pregi per la tranquillità, la finestra con vista sul giardino e le cure che la mettono di buonumore e la fanno sentire importante, dove riceve visite e regali, dove la camera è piena di fiori: ciclamini, azalee, rose, anemoni, dove il comodino è carico di scatole con gelatine di frutta, cioccolatini, caramelle, lei scopre il piacere di essere curata, servita, anche vezzeggiata tanto da non sopportare l’idea di dover tornare a casa. La situazione poi si evolve. Una serie di analisi rivela la presenza di un tumore. Il letto, che prima era vicino alla finestra, riprende la sua posizione normale al centro della stanza, con la testiera appoggiata al muro ed entrambi i lati liberi. Poi si decide di operare. Sulla porta della camera compare un cartello: ”non sono ammesse visite”. I dolciumi sono stati riposti nell’armadio insieme ai libri. Sul grande tavolo d’angolo niente più fiori ma bocce di vetro, flaconi, provette. Alla malata hanno tolto tutti gli indumenti. Il corpo viene denudato come la camera, della quale Simone fornisce una descrizione precisa, quasi volesse fissarne l’immagine nella memoria, queste sono le sue parole: “Dietro la porta c’è un tubo piuttosto corto; a sinistra la stanza da bagno con la padella, il ‘fagiolo’, del cotone idrofilo, dei recipienti; a destra un armadietto dove sono stati messi gli oggetti personali della mamma: da una stampella pende la sua vestaglia rossa, tutta impolverata.” E conclude: “prima attraversavo quei luoghi senza vederli. Adesso so che faranno parte della mia vita sempre”.»

Succede così. Anche per me è stato in questo modo. La mia esperienza vissuta come parente di un ammalato, insieme alla mia storia personale legata a quello che chiamo il sentimento dell’abitare mi hanno portato al progetto che ho intitolato BeHome (un modo diverso di dire “sentirsi a casa” che è stato l’argomento della mia tesi e che resta l’argomento della mia continua ricerca). Può sembrare un argomento non particolarmente originale o creativo, può sembrare la cosiddetta “scoperta dell’acqua calda”, ma metterlo nero su bianco con la volontà molto precisa di sperimentarlo e attuarlo mi ha portato ad essere qui ora.

Di questo ringrazio tantissimo la Regione Toscana col suo Presidente Enrico Rossi e la dottoressa Maria Teresa Mechi che mi hanno dato questa meravigliosa opportunità e ancor di più perché sono consapevole di essere una vera e propria outsider in questo contesto, cosa che rivendico come aspetto positivo: non sono un architetto progettista, non sono un medico, una psicoterapeuta o una figura sanitaria, non sono un politico. Sono una interior stylist, una “arredatrice” che un amico antropologo ha definito con mio grande godimento “stilista interiore”: mi interessa la casa, o meglio lo spazio vissuto della casa o di altri luoghi abitati che sempre ho osservato e osservo con attenta curiosità, rispetto e passione.

Sono profondamente attratta dal luogo abitato e dai suoi oggetti  e questa attrazione non ha niente a che vedere con l’aspetto estetico che pure potrebbe derivare dal mio lavoro. E’ la rivelazione di chi abita questo luogo  attraverso le cose che mi affascina e mi rapisce, essendo questa “rivelazione” psicologica, culturale, antropologica e sociale. Mi piace appunto parlare di  “sentimento dell’abitare” come ciò che ha sempre messo in movimento il mio lavoro con un percorso tra le tracce umane negli spazi abitati (Benjamin dice che “Abitare significa lasciar tracce”per me è una specie di mantra).

La mia ricerca in realtà non si conclude mai. Posso solo dire che il comune denominatore degli spazi osservati  sta nel mio vivere, quasi come una etnografa, un incontro empatico con gli spazi abitati da altri.

Attraverso la mia osservazione ho verificato come qualsiasi spazio venga “contaminato”, influenzato, “tracciato” da colui che lo vive anche solo per un tempo limitato, come un bisogno – che viene dal profondo – di segnare il proprio territorio,  sia esso il tavolo dell’ufficio o il letto dell’ospedale. Frequentando le strutture ospedaliere ho notato -come tutti- che (e cito nuovamente Ida Farè) «proprio quando il corpo è fragile e bisognoso, tutto ciò che fa sentire bene e a nostro agio dentro lo spazio della casa viene totalmente dimenticato e come la vita dei pazienti sia determinata esclusivamente dalle logiche dettate dalla terapia in spazi sgombri, freddi, a volte abbandonati e comunque organizzati soprattutto in funzione delle attività di lavoro del personale medico.»

Credo fermamente che poche esperienze di vita siano significative per l’esistenza quanto l’abitare, credo che Casa significhi tracce, cura, atto magico, spazio “desiderato”, una vera risorsa che permette di ancorarsi a situazioni piacevoli, ricordi ma anche nuovi stimoli e quindi nuove opportunità, credo che Casa  sia – in sostanza – il mantenimento della propria identità, che lo spazio vissuto non sia una scatola vuota e che abitare non significhi semplicemente “stare in un luogo”, ma anche costruire delle relazioni significative, dei rapporti con persone ed oggetti (in genere gli oggetti che l’abitazione contiene e custodisce sono le cose che si amano e che si sono scelte) che però, evidentemente, sembrano incompatibili con la coatta esperienza ospedaliera.

Un’altra definizione, che condivido profondamente, è quella di Umberto Galimberti nel suo Il corpo: «Abitare non è conoscere, è sentirsi a casa, ospitati da uno spazio che non ci ignora, tra le cose che dicono il nostro vissuto, tra volti che non c’e’ bisogno di riconoscere perche’ nel loro sguardo ci sono le tracce dell’ultimo congedo. Abitare è sapere dove deporre l’abito, dove sedere alla mensa, dove incontrare l’altro etc.(…)».

Per raccontarvi brevemente il progetto BeHome partirò dall’ovvia considerazione che molti ospedali non possono mantenere lo stato attuale di obsolescenza e neppure possono ignorare l’importanza di un ambiente idoneo di guarigione. La caratteristica principale del progetto sta proprio nella consapevolezza della cronica ma oggettiva mancanza di fondi e nella conoscenza di semplici accorgimenti e attenzioni per cui l’atmosfera può essere notevolmente migliorata: quello che viene proposto si può basare su donazioni da parte di aziende e sulla sensibilizzazione e preparazione del personale che opera all’interno della struttura.

Si tratta dunque di applicare alcune basilari conoscenze psicologiche, antropologiche, sociologiche, estetiche  nonchè semplici accorgimenti di arredamento, nelle istituzioni di cura dedicate al benessere di chi è costretto a soggiornarvi… non facendo progetti inapplicabili bensì semplicemente cominciando da piccole ma significative cose come prevedere una “nicchia” con dei propri oggetti, foto, tende, copriletti, libri, lampade soft, fiori; allestire lo spazio trasferendovi il calore delle emozioni; ritrovare angoli con qualcosa di significativo a livello personale; (come dice Elaine Poggi che sentiremo stasera sulla sua esperienza bellissima) “posare lo sguardo su un punto di bellezza nel vuoto angoscioso del luogo ospedaliero”.

Non propongo alcun progetto ex novo, alcuna costruzione ma propongo di intervenire proprio SUI LIMITI e CON I LIMITI : per dirla con Petrosino che parlerà dopo di me, non edificare ma abitare, non costruire ma custodire!

La volontà è quella di offrire una consulenza, creare un presidio  che analizzi la situazione e gli interventi minimi per trasformare lo spazio del dolore in spazio di possibile benessere emotivo (con l’aiuto di aziende del settore del mobile e dell’oggettistica&accessori). In sintesi, umanizzare le strutture ospedaliere non solo attraverso l’offerta di suppellettili utili a questo scopo ma anche – fondamentale – attraverso l’analisi dello spazio e la continua manutenzione da parte degli operatori per una consapevolezza costante del luogo e degli effetti benefici che può offrire a tutti (ricoverati, loro familiari e operatori stessi). Le persone ricoverate in un ospedale sono sotto stress, provano dolore e paura, vivono l’esperienza di ore di solitudine che sembrano infinite mentre la struttura ospedaliera in genere è fredda, non curata, deprimente. Si tratta perciò di cambiare l’atmosfera!, alleviare lo stress e l’ansia del paziente e incoraggiare la guarigione attraverso l’armonizzazione dello spazio.

Volendo, il progetto è pronto per essere attuato con una precisa strategia:

  • promuovendo una parte sperimentale;
  • intervenendo su una serie di strutture ospedaliere da individuare su base regionale ma  ampliabile su quella nazionale;
  • individuando imprese di arredamento, oggettistica, ecc. che siano disponibili ad offrire, adattare se necessario piccoli mobili, complementi, oggetti specifici per “arredare” l’habitat;
  • costituendo una catena di solidarietà che consenta interventi in strutture ospedaliere organizzando il supporto di uno staff multidisciplinare composto da medici, psicologi, psicoterapeuti, architetti, sociologi e antropologi per sviluppare le ricerche, le analisi, l’attuazione, la formazione degli operatori su questo tema insieme alla creazione di un network dove siano ampliate queste tematiche per lo scambio di esperienze e di opinioni, con iniziative editoriali, progetti formativi, incontri, per favorire il dialogo e la condivisione di conoscenze ed esperienze tra gli attori del settore (come oggi!);
  • promuovendo la formazione e sensibilizzazione del personale sanitario;
  • verificando il livello di gradimento dei degenti sugli interventi di armonizzazione dello spazio e il loro miglioramento nella cura;
  • valutando i costi per un risultato efficace;
  • anche costituendo, infine, se necessario, un’impresa che coordini e realizzi questi interventi;

Si tratta quindi di individuare le strutture dove proporre la sperimentazione e di contattare i responsabili sanitari del reparto per spiegar loro il progetto nei dettagli. Con la loro autorizzazione saranno immediatamente realizzate le interviste ai ricoverati del reparto che verranno analizzate dai tutors del progetto (ovvero il gruppo dei professionisti già precedentemente coinvolti nell’ambito della medicina, psichiatria, sociologia, antropologia, architettura e assistenza sanitaria).

In base alle risposte e alle ricerche già consultate si procederà acquistando o chiedendo in prestito o in offerta il materiale necessario all’allestimento sperimentale delle stanze, individuate come gli spazi della sperimentazione (sia per la disponibilità del ricoverato che per le caratteristiche della stanza).

Una volta allestiti questi spazi saranno fatti monitoraggi settimanali che riguarderanno sia i pazienti che il personale sanitario per verificare la manutenzione dello spazio. Dopo un periodo di tempo (stabilito dal gruppo dei tutors) saranno realizzate interviste di verifica dell’intervento.

Sono previsti  colloqui formativi  prima, durante e dopo l’intervento  con il personale sanitario del reparto che vertano sulla sensibilizzazione al concetto di casa, di abitare e di spazio umanizzato; sulla organizzazione degli spazi dove si realizzano le differenti cure quindi anche quello della stanza di ricovero; sull’attenzione agli aspetti medico-sociali, psicologici, giuridici, architettonici e mi piace dire anche poetici rispetto alla condizione di ricovero; su una riflessione sulla drammaticità esistenziale della malattia e la sua capacità di incidere negativamente anche sull’utilizzazione quotidiana dello spazio; sull’attenzione alla necessità di una manutenzione quotidiana dello spazio; infine sulla conoscenza delle diverse esperienze in materia sia nazionali che internazionali: saranno invitati ad esporre l’esperienza i diversi protagonisti.

Voglio ringraziare pubblicamente un persona a me molto cara, Giampaolo Pacini, grande consulente di strategia d’impresa e grande amico che mi ha aiutato fin da quando il progetto era in embrione a redigerlo con metodo.

Oggi è solo l’inizio, con oggi cominciamo. Sicuramente oggi mancheranno realtà importantissime e significative e me ne scuso fin da ora pregandovi anzi di segnalarcele. Volutamente però in questa fase non è stato invitato ad esporre la propria esperienza nessuno della psichiatria e della pediatria: settori assolutamente fondamentali – intendiamoci – dai quali si può dire che l’umanizzazione sia partita.

Il desiderio era però quello di dare la parola agli ospedali in cui queste esperienze sono considerate meno importanti perché è la terapia che deve prevalere.

Consentitemi di dedicare tutto questo lavoro, questa giornata e spero quello che ne seguirà, alla mia adorata amatissima amica Sabrina Grifeo che ho perduto nel dicembre scorso dopo tre mesi di una malattia devastante. Uno degli ultimi messaggi che mi ha scritto da una clinica di queste  alternative in Germania dove era andata per tentare di rigenerarsi in vista della chemioterapia che doveva affrontare, mi diceva: “ti manderò qualche foto di ambienti medici alternativi per la tua ricerca” … e ho il ricordo bellissimo di quando, riflettendo insieme a lei sul senso di Casa, ho posto sul cuore le parole di Silvano Petrosino: « Se esiste una casa, è il luogo dove l’uomo possa vivere senza vergogna e senza censure, un luogo dove la sofferenza resta sofferenza, dove il difetto resta difetto, la paura resta paura, ma tutte queste cose sono ospitate, non sono più negate. Un luogo pacifico dove si è accolti.» Con l’augurio che il luogo della Cura diventi Casa che accoglie, passo la parola a lui, professore di Filosofia morale e di Filosofia della comunicazione alla Cattolica di Milano che con le sue riflessioni filosofiche e col suo meraviglioso modo ci condurrà nell’essenza dell’abitare.

Grazie

Lilli Bacci

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La cura come gesto, azione, attenzione.
La cura che passa anche dagli ambienti.

Come trasformare lo spazio del dolore, quello delle strutture ospedaliere, in spazio di possibile benessere emotivo?

Il primo marzo, a Firenze, il convegno a cura di Lilli Bacci, “Abitare la cura”.

LocandinaAbitareLaCuraok

Parigi fuori scala

Parigi. Rue du Faubourg Saint-Antoine, nell’11ème arrondissement (uno dei più importanti quartieri residenziali della città che fu il cuore della Parigi rivoluzionaria e delle grandi rivolte operaie del XIX secolo e che ospitava tre prigioni come la Bastille, la Petite e la Grande Roquette, ora demolite), è una strada animata, trafficata e rumorosa, oggi un quartiere di artigiani e produttori di mobili. I cortili che si aprono dietro ai portoni e ai cancelli sembrano creati per uscire con dolcezza dal caos della città. In questa strada, in un portone dove corridoi e cortili si susseguono, si arriva alla casa di Paola Navone, salendo una scala che è già un tuffo in un’altra dimensione: nuda, sconnessa, delabrè. Appena si varca la soglia, quello che arriva come un bagliore abbacinante sono le 12 finestre che percorrono le 4 pareti principali. Uno spazio immenso, nudo, semplice, che Paola ha lasciato così come le si è presentato la prima volta: “il progetto era già fatto” dice lei. Nessun progetto fatto a tavolino, ma spazio vissuto e in continuo divenire. Con il pavimento di assi di legno, i mattoni delle pareti, le dodici gigantesche finestre.

Una struttura meravigliosamente arricchita dai suoi oggetti, dalle sue creazioni, dai pezzi raccolti nei suoi interminabili viaggi.

Lo spazio che si apre davanti agli occhi è bianco, allegro, incandescente, sorprendente, come quelli che lei sempre ricrea nelle sue performance visive.

Siamo un po’ come Alice Nel Paese delle Meraviglie perché siamo piccoli di fronte ai suoi oggetti giganti, quasi tutti fuori scala: dall’ immenso divano bianco con un milione di cuscini (da lei progettato per Casa Milano), alla gigantesca Naska Loris, dalla grande mano in legno delle Filippine, alla lunga armadiatura con le ante in ferro che dividono la cucina dal resto dello spazio, dalla sospensione-scheletro-di-crinolina decorata coi fiori di seta a quella in garza bianca Koushi (del fotografo americano Mark Eden Schooley).

Quando gli oggetti hanno una dimensione “umana” lei li moltiplica, li esaspera, li rende ironici, come i tavolini Vulcano disegnati per Poliform e interpretati uno diverso dall’altro, come le sedie -che lei adora- che sono ovunque, una diversa dall’altra: intorno al tavolo tondo della zona pranzo, nell’angolo sotto la finestra a formare tanti salottini da conversazione, vecchie sedie, carcasse reinterpretate con materiali fluo e decori indiani, sedie etniche, sedie contadine, sedie di design.

Separata dall’armadio e da due tende bianche c’è la cucina destrutturata in acciaio inox (“Pastasciutta”, che lei ha disegnato per OpinionCiatti) con il bellissimo lavabo ovale ( “il massimo per me, per lavare tutte le verdure che voglio” dice Paola) e con la fantastica varietà di mestoli e mestolini che fanno respirare la magia di tutte le cucine del mondo. Al di là delle due tende, uno da una parte, l’altro dall’altra, i due tavoli: quello tondo sotto la lampada-crinolina e circondato dalle sedie una diversa dall’altra, perfetto simbolo delle diversità che si incontrano nella condivisione del cibo… e quello rettangolare, arrivato lì come per casualità, dalle assi da cantiere dipinte di grigio e tenute insieme con una stringa rossa, e circondato dalle sedie cinesi dipinte di verde clorofilla.

Poi le camere, entrambe sognanti e scherzose: quella di Paola tutta piastrelle color dell’acqua (di Franco Pecchioli), come se l’acqua dal bagno fosse entrata nella stanza come un’onda birichina; quella degli ospiti rosso lacca e blu d’oriente, che rivive dalla casa di HongKong che Paola ha lasciato, e che ci riporta immediatamente a quella atmosfera.

Paola dice di questo spazio che le “si adatta con una semplicità naturale”, un po’ come le scenografie temporanee che lei è così brava a creare e a regalare alla vista di tutti ma che sono così profondamente legate alla sua personalità. Paola si riconosce: nell’allestire ma anche nell’abitare, unica e irripetibile, originale e spontanea. Le viene così, come una seconda pelle.

Lilli Bacci

Magico tetto

Pantelleria è l’isola-mondo cercata e prescelta come luogo in cui finalmente sostare e trovarsi. Graciela e Roberto, argentina lei, fiorentino lui, dopo tanti viaggi nel mondo sono capitati nell’isola dieci anni fa così per caso, come può succedere in una pigra estate scegliendo un’anonima meta per la propria vacanza. E siccome Pantelleria -come si sa – non vuole mezze misure e si dice sempre che “o la ami o la detesti”, per loro due nacque l’amore e subito la forte visione di un progetto sereno. Succede che si ritrovino allora gli spazi sognati delle proprie radici con la voglia nuova di sperimentarne la terra così da coltivare ulivi e agrumi e mandorle e fichi. E anche succede che si rispettino le caratteristiche del luogo ospitale sia nelle coltivazioni che nella ristrutturazione della casa-dammuso, mulino originale dell’ottocento, posto in un punto speciale e fortunato: la cuddìa Attalora, sopra la contrada Rekhale, la parte africana dell’isola. Da qui nelle giornate limpide si vede la Tunisia, da qui si gode un tramonto sempre emozionante, da qui si arriva con una magnifica passeggiata tra pini e ossidiane alla Montagna Grande e qui c’è sempre un fresco rigenerante quando in piena estate si sale su da ogni altro punto dell’isola. Roberto si è occupato dello spazio esterno recuperando tutte le vecchie piante di ulivo e di mandorlo, i fichi e poi gli agrumi del giardino arabo; ha piantato altri 300 ulivi, e le agavi, e gli alberi da frutto oltre a seminare un piccolo orto. Graciela si è dedicata alla casa con la sorpresa di una vocazione all’interior decoration scoprendo i colori e quell’impasto magico di pastella di cemento che dal pavimento diventa parete e piano d’appoggio, tipico sapere dei muratori del posto. Senza sfarzo e con rispetto è venuta alla luce una casa ed il suo intorno che è insieme privilegio e semplicità: insomma il luogo perfetto da abitare. La casa poi, quando corrisponde e aderisce così a te diventa scrigno prezioso che genera, come tutta l’isola vulcanica del resto, energie inaspettate: così Graciela ha scoperto la pittura, e che dipingere la fa sentire come “posseduta”. Ed il tema prediletto è dipingere gli animali domestici dedicando questi quadri ai loro amici umani. Le pitture di Graciela sono diventate piccole icone immancabili nelle case delle persone che amano perdutamente le loro bestioline. Quest’anno Graciela ha dipinto i cani dell’isola raccogliendo così i fondi per il nuovo canile di Pantelleria ed i suoi quadri sono stati esposti per tutta l’estate al Castello Normanno.

Sono semplici le cose che possono nutrire l’anima.

Lilli Bacci

ALLORA SI VIVEVA in appartamentini che potevano avere una funebre sala da pranzo neo-tardogotica, la camera dei bambini finto ‘ 700 veneziano rusticamente laccato di rosa, e capitava che la testata del letto matrimoniale dei genitori fosse un bassorilievo di bronzo rappresentante la Passione di Cristo completa di corona di spine, non si sa con quale vantaggio per il dovere coniugale. La parola design non esisteva e l’ idea di arredamento non sfiorava il pensiero di chi aspettava dieci anni a sposarsi, pur di poter comprare la camera da letto completa (lettone, comodini, comò, armadio e toilette con specchio, copriletto e tappetini), tutto in stile, dal Rinascimento allo Zigozago, termine inventato da certe bambine d’ antan, quando in casa si affrontava l’ arrivo di spaventose librerie “moderne”, tutte un pericoloso spigolo. Oggi intere famigliole inseguono il design lungo l’ infinito labirinto dei grandi centri Ikea, assoggettate a desiderare non più un casa intasata da mobili impegnativi e ingombranti, ma ciò che un immenso mercato della semplicità, del risparmio e del funzionale offre: gli stessi mobili, e le stesse posate, e le stesse lenzuola, a Cipro e negli Emirati Arabi, in Australia e nella Repubblica Dominicana, insomma in tutto il mondo, nei 313 punti vendita (in Italia 19 di cui 3 a Milano) sparsi in 38 paesi, con una omologazione del gusto ma anche dei modi di vivere, con una offerta globale ovunque identica, che ha trasformato il design costoso e per pochi in un consumo di massa sconfinato. Negli anni del pessimo gusto, ogni paese aveva i propri interni legati alla tradizione locale o alle sue interpretazioni più disagevoli: da noi non mancava negli appartamenti senza storia la sedia detta Savonarola, molto scomoda, né in quelli più borghesi, il trumeau di Cerea, completo di finte tarlature, più qualche antico tornio trasformato in lampada o vecchia culla diventata fiorera. Più avanti i cronisti che mettevano un piede nella porta per poter sbirciare nella casa del presunto assassino, intravedevano nel bilocale di periferia enormi arredi a riccioli d’ oro stile Versailles, perché è proprio vero, ognuno in casa propria si sentiva monarca, con relativi arredi da castello rococò. Non esisteva l’ idea che i mobili dovessero adattarsi agli esigui spazi dei nuovi quartieri, né che dovessero essere funzionali, utili, comodi: bisognava adattarsi alla fantasia dei mobilieri, i cui manufatti dovevano durare nel tempo, e in qualche modo assicurare un decoro, rappresentare una sia pur vaga agiatezza, imitare un antiquariato ibrido e pomposo. Quel mondo di case scomode e insensate, eppure tanto amate, ha cominciato a incrinarsi per tante ragioni, ma forse anche perché nel 1961 si inaugurò a Milano il primo Salone del Mobile: 328 espositori, 12mila visitatori, esportazioni per 10 milioni di lire. In questi giorni quel salone, diventato da tempo internazionale, compie 50 anni, e col titolo 50 Years Young si apre dal 12 al 17 aprile: l’ anno scorso gli espositori sono stati 2.720, 297mila i visitatori di cui più della metà s t r a n i e r i , e s p o r t a z i o n i p e r 7.513.455 di euro. Sempre, in quei giorni, Milano diventa un luogo cosmopolita di cultura, di feste e di mercato, e non c’ è angolo della città, o interi quartieri, in cui non si espongano una stravaganza, una invenzione, una porcheria, una meraviglia, un pugno nello stomaco, una ridicolaggine, un’ idea epocale, il divano dei nostri sogni, la lampada dei nostri incubi. In occasione di questo anniversario, di questo immenso mercato del lusso contemporaneo massificato, che di anno in anno ha cambiato l’ immagine alta dell’ abitare in tutto il mondo, il Design Museum della Triennale milanese dà un bel titolo, Le fabbriche dei sogni, alla sua quarta mostra; che, dice Silvana Annichiarico direttrice del Museo, «ripercorre la storia del design italiano valorizzando soprattutto il ruolo degli imprenditori: cioè di quei “capitani coraggiosi” che ispirandosi al modello dell’ homo faber e assumendosi il rischio dell’ impresa, hanno reso possibile e concreta l’ affermazione del design italiano». La mostra è stata affidata ad Alberto Alessi, «un industriale emblematico, al contempo canonico, sul piano economico, ed eretico, sul piano filosofico». Ci saranno tra quasi duecento pezzi, da oggetti di culto come la macchina da scrivere Lettera 22 di Nizzoli e Beccio prodotta da Olivetti dal 1950, alla lampada Arco di Castiglioni prodotta da Flos dal 1962 che nessun trasloco ha rimosso da tante case non solo italiane, fino all’ ardita poltrona rosa e verde di Italo Rota intitolata Origine du monde, si immagina in omaggio a Courbet, prodotta nel 2010 da Meritalia. Per decenni il design italiano, come quello scandinavo e americano, che avrebbero dovuto entusiasmare soprattutto chi non poteva permettersi arredi sontuosi, sono stati invece temuti come una bizzarria colta e poco seducente, adatta a una élite particolare, intellettuale e finanziaria, che sfidava la tradizione sostituendo l’ antiquariato, o alternandolo, con i tavoli bianchi di Saarinen e le sedie di Aalto, con le poltrone di Le Corbusier e dei coniugi Eames, e le lampade di Castiglioni: pezzi che nel frattempo sono diventati dei classici riposanti e sicuri come un mobile di Basile o di Gropius. Ma intanto nelle case della sempre più ricca e nuova borghesia continuava a imperare il gusto opulento degli hotels particuliers parigini e si diffondeva un lusso ancor più cinematografico e cosmopolita, ispirato allo spreco di chinz e tessuti leopardati praticato agli inizi del secolo dalla celebre arredatrice americana Elsie de Wolfe, ma ancora di più al gusto hollywoodiano dell’ inglese Syrie Maugham, moglie odiatissima dello scrittore Somerset Maugham, che negli anni ‘ 30 ricostruiva le pareti dei grandi saloni con la boiserie e oscurava le finestre che magari davano su giardini meravigliosi, con tendaggi e mantovane di pesanti rasi e velluti e fiocchi e frange. Il resto del mondo sbiancava e sfrondava le sue stanze sempre più esigue accedendo a quel design “democratico” del mercato Ikea che, per certi studiosi, è ormai l’ unico a non tradire l’ anima originaria del design. Un mercato, quello che ha fatto del suo creatore, lo svedese Ingvar Kamprad, 85 anni, il settimo uomo più ricco del mondo, davvero universale, malgrado le sue penalizzazioni (al momento del ritiro anche solo di un mestolo di plastica, ci si perde tra infiniti grattacieli di merce; merce che bisognerà portare personalmente a casa imballata in scatoloni pesantissimi; scatoloni che poi bisognerà saper aprire per poi montare personalmente vuoi la libreria che la cucina). Infatti in milioni di case italiane, non solo quelle più oculate, ma anche molto chic e orgogliosamente cariche di design firmato e raro, costosissimo e così d’ avanguardia, (vetero anni ‘ 50più Star Trek- più Grande Fratello) da diventare inguardabile in pochi mesi, non manca quasi mai, proveniente da Ikea o altre organizzazioni economiche, un tavolo da cucina di vetro e metallo, un armadio-guardaroba laccato di rosso, la camera antipericolo dei bambini, le sdraio metalliche per il terrazzo, tutto simildesign, a un decimo e ancor meno del vero superbo design, non sempre poi più entusiasmante. Tuttavia non il design democratico né quello di massima aristocrazia, sono riusciti a penetrare nelle dimore dei grandi ricchi dell’ invisibile “monde”, che un tempo l’ architetto-arredatore Renzo Mongiardino, e oggi i suoi seguaci, hanno trasformato in regge lussureggianti di trompe l’ oeil, turcherie, tarsie, colonne doriche, mosaici, marmi preziosi, tappezzerie antiche, consolle, mappamondi, fauni, obelischi, putti, aquile intagliate, bronzi secenteschi, ritratti settecenteschi; sale da pranzo pompeiane, salotti prustiani, studi ispirati al Bramante, bagni simili a sale del trono di Caterina di Russia. Non per niente all’ asta miliardaria degli arredi della dimora di Yves Saint Laurent a Parigi, due anni fa, ogni sua preziosa insensatezza è andata a ruba e a prezzi incresciosi, altro che design democratico: e per esempio la “Fauteuil a dragons” disegnata nel 1917 dalla celebre arredatrice Eileen Gray, valutata 2milioni di euro, è stata battuta a 21.905.000 euro, e sicuramente si trova oggi in una dei tanti saloni di un sontuoso appartamento in un magnifico palazzo romano, e quello spettacolare “bar ysl” meccanizzato, creato appositamente per il ricchissimo stilista da François-Xavier Lalanne nel 1965, che all’ asta aveva raggiunto il prezzo record mondiale di 2.753.000 euro. – NATALIA ASPESI

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