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Qual è la funzione del design? Si potrebbe pensare che esso fa parte di quei settori che hanno a che fare con una certa idea del lusso, mobili, oggetti, accessori di marca che rendono più “appeal” e “glamour” la vita di chi ha già tutto. Da questo punto di vista l’ Italia negli ultimi decenni è diventata nel mondo un po’ il simbolo di un buon gusto da comprare, di una certa maniera di viver bene che è allo stesso tempo status. Si è detto più di una volta che c’ è una stretta connessione tra design e moda e certamente è quest’ ultima a tirare a sé il primo, e non è un caso se gli stilisti si dedicano spesso ad entrambe le attività. Si aggiunga l’ architettura ed il trinomio fa sì che una come Zaha Hadid disegni musei enormi, scarpe, vasi, poltrone. Perfino Rem Koolhaas si è messo a fare scarpe. Questa alleanza però tradisce le origini e la funzione per cui è nato il design. È stata la rivoluzione industriale a determinare il passaggio dall’ artigianato ad una produzione seriale e a provocare in una generazione di artisti e architetti l’ idea che bisognasse dare una qualità alla produzione di massa. Walter Benjamin aveva annunciato la sparizione dell’ aura degli oggettie la loro riproducibilità infinita. Era l’ epoca dell’ emergere del capitalismo industriale, ma anche dell’ utente massa. Scuole come il Bauhaus si erano impegnate ad infondere la qualità artistica nella produzione di massa. I nomi non erano certo da poco, Klee, Itten, Kandinskij, Gropius. Eranoi tempi in cui sembrava che la modernità potesse essere domata e liberata dai pericoli di barbarie che annunciava. L’ Italia e “l’ Italian design” nasce come conseguenza di questa speranza e si applica con intelligenza alla costruzione di un sistema di oggetti che, nel dopoguerra, coniugano il gusto artigianale e le nuove prospettive industriali, dalla caffettiera moka alla vespa, dal motore dell’ Alfa Romeo alle intuizioni di Gio Ponti con un modernismo divertente e smagato, ma anche accessibile. È soltanto quando l’ Italia entra nel benessere che questa funzione “popolare” del design viene lentamente cancellata. Il design non si rivolge più alle masse, ma alle élite, “quelle che possono capire”. I film degli anni ‘ 60, le commedie all’ italiana sono piene di gag legate ad un design che viene preteso come gusto da imporre, ma in realtà è scomodo, inutile, ridicolo. Sarà però Jacques Tati a svelarne tutta la comicità involontaria nel suo capolavoro Playtime. È a questo punto che in Italia si crea il grande divario. La produzione di massa prende un’ altra strada, per rispondere alle esigenze del grosso pubblico. Questo non è più oggetto di un intento educativo da parte di élite di stilisti, ma semplicemente lasciato al suo gusto un po’ retrò, provinciale. I mobilifici italiani sfornano comodini, letti con spalliera scolpita, tinelli, stiracalzoni, letti a castello per bambini in un incrocio tra kitsch ed evocazione del mondo dei nonni. In una inchiesta fotografica dei primi anni 2000 l’ Italia è un paese abitato dagli stessi mobili ingombranti e inutili dalle Alpi alla Sicilia, immancabile l’ enorme tavolino in vetro nel soggiorno, il mobile con specchiera nella sala da letto, immancabili i puffi sul letto dei bambini anche se trentenni. Il design diventa invece caro o si dà alla gadgettistica, per cui i cavatappi somigliano ad una signorina e i tappi a degli elfi. Nelle vetrine oggetti leggermente mostruosi si accompagnano ad oggetti e lampade firmate da “grandi nomi”. La firma diventa come nella moda il logo che assicura all’ utente ignorante che il suo acquisto vale. A questo punto entrano in scena le grandi catene che rivoluzionano tutto ciò, indirizzandosi alle masse, ma con una idea di frugalità e funzionalità che ormai conviene a chi deve farsi i conti in tasca. È cambiata la società. Le classi medie italiane, superata la sbornia si impoveriscono lentamente. Ed soprattutto è cambiata l’ idea di casa. In un paese in cui un matrimonio dura in media tre anni e mezzo è assurdo comprarsi dei mobili costosi e ingombranti, meglio avere una libreria Billy, un clic clac dove lui o lei possono dormire quando litiganoe soprattutto una serie di accessori per cucina che possono essere lasciati al coniuge di turno alla separazione senza problemi. La frase “i mobili li tieni tu”, diventa l’ inno di una conquista di libertà in cui le cose e gli oggetti che ci circondano sono finalmente liberati dalla tirannia del costo, della pesantezza e della presunzione degli stilisti. – FRANCO LA CECLA

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ALLORA SI VIVEVA in appartamentini che potevano avere una funebre sala da pranzo neo-tardogotica, la camera dei bambini finto ‘ 700 veneziano rusticamente laccato di rosa, e capitava che la testata del letto matrimoniale dei genitori fosse un bassorilievo di bronzo rappresentante la Passione di Cristo completa di corona di spine, non si sa con quale vantaggio per il dovere coniugale. La parola design non esisteva e l’ idea di arredamento non sfiorava il pensiero di chi aspettava dieci anni a sposarsi, pur di poter comprare la camera da letto completa (lettone, comodini, comò, armadio e toilette con specchio, copriletto e tappetini), tutto in stile, dal Rinascimento allo Zigozago, termine inventato da certe bambine d’ antan, quando in casa si affrontava l’ arrivo di spaventose librerie “moderne”, tutte un pericoloso spigolo. Oggi intere famigliole inseguono il design lungo l’ infinito labirinto dei grandi centri Ikea, assoggettate a desiderare non più un casa intasata da mobili impegnativi e ingombranti, ma ciò che un immenso mercato della semplicità, del risparmio e del funzionale offre: gli stessi mobili, e le stesse posate, e le stesse lenzuola, a Cipro e negli Emirati Arabi, in Australia e nella Repubblica Dominicana, insomma in tutto il mondo, nei 313 punti vendita (in Italia 19 di cui 3 a Milano) sparsi in 38 paesi, con una omologazione del gusto ma anche dei modi di vivere, con una offerta globale ovunque identica, che ha trasformato il design costoso e per pochi in un consumo di massa sconfinato. Negli anni del pessimo gusto, ogni paese aveva i propri interni legati alla tradizione locale o alle sue interpretazioni più disagevoli: da noi non mancava negli appartamenti senza storia la sedia detta Savonarola, molto scomoda, né in quelli più borghesi, il trumeau di Cerea, completo di finte tarlature, più qualche antico tornio trasformato in lampada o vecchia culla diventata fiorera. Più avanti i cronisti che mettevano un piede nella porta per poter sbirciare nella casa del presunto assassino, intravedevano nel bilocale di periferia enormi arredi a riccioli d’ oro stile Versailles, perché è proprio vero, ognuno in casa propria si sentiva monarca, con relativi arredi da castello rococò. Non esisteva l’ idea che i mobili dovessero adattarsi agli esigui spazi dei nuovi quartieri, né che dovessero essere funzionali, utili, comodi: bisognava adattarsi alla fantasia dei mobilieri, i cui manufatti dovevano durare nel tempo, e in qualche modo assicurare un decoro, rappresentare una sia pur vaga agiatezza, imitare un antiquariato ibrido e pomposo. Quel mondo di case scomode e insensate, eppure tanto amate, ha cominciato a incrinarsi per tante ragioni, ma forse anche perché nel 1961 si inaugurò a Milano il primo Salone del Mobile: 328 espositori, 12mila visitatori, esportazioni per 10 milioni di lire. In questi giorni quel salone, diventato da tempo internazionale, compie 50 anni, e col titolo 50 Years Young si apre dal 12 al 17 aprile: l’ anno scorso gli espositori sono stati 2.720, 297mila i visitatori di cui più della metà s t r a n i e r i , e s p o r t a z i o n i p e r 7.513.455 di euro. Sempre, in quei giorni, Milano diventa un luogo cosmopolita di cultura, di feste e di mercato, e non c’ è angolo della città, o interi quartieri, in cui non si espongano una stravaganza, una invenzione, una porcheria, una meraviglia, un pugno nello stomaco, una ridicolaggine, un’ idea epocale, il divano dei nostri sogni, la lampada dei nostri incubi. In occasione di questo anniversario, di questo immenso mercato del lusso contemporaneo massificato, che di anno in anno ha cambiato l’ immagine alta dell’ abitare in tutto il mondo, il Design Museum della Triennale milanese dà un bel titolo, Le fabbriche dei sogni, alla sua quarta mostra; che, dice Silvana Annichiarico direttrice del Museo, «ripercorre la storia del design italiano valorizzando soprattutto il ruolo degli imprenditori: cioè di quei “capitani coraggiosi” che ispirandosi al modello dell’ homo faber e assumendosi il rischio dell’ impresa, hanno reso possibile e concreta l’ affermazione del design italiano». La mostra è stata affidata ad Alberto Alessi, «un industriale emblematico, al contempo canonico, sul piano economico, ed eretico, sul piano filosofico». Ci saranno tra quasi duecento pezzi, da oggetti di culto come la macchina da scrivere Lettera 22 di Nizzoli e Beccio prodotta da Olivetti dal 1950, alla lampada Arco di Castiglioni prodotta da Flos dal 1962 che nessun trasloco ha rimosso da tante case non solo italiane, fino all’ ardita poltrona rosa e verde di Italo Rota intitolata Origine du monde, si immagina in omaggio a Courbet, prodotta nel 2010 da Meritalia. Per decenni il design italiano, come quello scandinavo e americano, che avrebbero dovuto entusiasmare soprattutto chi non poteva permettersi arredi sontuosi, sono stati invece temuti come una bizzarria colta e poco seducente, adatta a una élite particolare, intellettuale e finanziaria, che sfidava la tradizione sostituendo l’ antiquariato, o alternandolo, con i tavoli bianchi di Saarinen e le sedie di Aalto, con le poltrone di Le Corbusier e dei coniugi Eames, e le lampade di Castiglioni: pezzi che nel frattempo sono diventati dei classici riposanti e sicuri come un mobile di Basile o di Gropius. Ma intanto nelle case della sempre più ricca e nuova borghesia continuava a imperare il gusto opulento degli hotels particuliers parigini e si diffondeva un lusso ancor più cinematografico e cosmopolita, ispirato allo spreco di chinz e tessuti leopardati praticato agli inizi del secolo dalla celebre arredatrice americana Elsie de Wolfe, ma ancora di più al gusto hollywoodiano dell’ inglese Syrie Maugham, moglie odiatissima dello scrittore Somerset Maugham, che negli anni ‘ 30 ricostruiva le pareti dei grandi saloni con la boiserie e oscurava le finestre che magari davano su giardini meravigliosi, con tendaggi e mantovane di pesanti rasi e velluti e fiocchi e frange. Il resto del mondo sbiancava e sfrondava le sue stanze sempre più esigue accedendo a quel design “democratico” del mercato Ikea che, per certi studiosi, è ormai l’ unico a non tradire l’ anima originaria del design. Un mercato, quello che ha fatto del suo creatore, lo svedese Ingvar Kamprad, 85 anni, il settimo uomo più ricco del mondo, davvero universale, malgrado le sue penalizzazioni (al momento del ritiro anche solo di un mestolo di plastica, ci si perde tra infiniti grattacieli di merce; merce che bisognerà portare personalmente a casa imballata in scatoloni pesantissimi; scatoloni che poi bisognerà saper aprire per poi montare personalmente vuoi la libreria che la cucina). Infatti in milioni di case italiane, non solo quelle più oculate, ma anche molto chic e orgogliosamente cariche di design firmato e raro, costosissimo e così d’ avanguardia, (vetero anni ‘ 50più Star Trek- più Grande Fratello) da diventare inguardabile in pochi mesi, non manca quasi mai, proveniente da Ikea o altre organizzazioni economiche, un tavolo da cucina di vetro e metallo, un armadio-guardaroba laccato di rosso, la camera antipericolo dei bambini, le sdraio metalliche per il terrazzo, tutto simildesign, a un decimo e ancor meno del vero superbo design, non sempre poi più entusiasmante. Tuttavia non il design democratico né quello di massima aristocrazia, sono riusciti a penetrare nelle dimore dei grandi ricchi dell’ invisibile “monde”, che un tempo l’ architetto-arredatore Renzo Mongiardino, e oggi i suoi seguaci, hanno trasformato in regge lussureggianti di trompe l’ oeil, turcherie, tarsie, colonne doriche, mosaici, marmi preziosi, tappezzerie antiche, consolle, mappamondi, fauni, obelischi, putti, aquile intagliate, bronzi secenteschi, ritratti settecenteschi; sale da pranzo pompeiane, salotti prustiani, studi ispirati al Bramante, bagni simili a sale del trono di Caterina di Russia. Non per niente all’ asta miliardaria degli arredi della dimora di Yves Saint Laurent a Parigi, due anni fa, ogni sua preziosa insensatezza è andata a ruba e a prezzi incresciosi, altro che design democratico: e per esempio la “Fauteuil a dragons” disegnata nel 1917 dalla celebre arredatrice Eileen Gray, valutata 2milioni di euro, è stata battuta a 21.905.000 euro, e sicuramente si trova oggi in una dei tanti saloni di un sontuoso appartamento in un magnifico palazzo romano, e quello spettacolare “bar ysl” meccanizzato, creato appositamente per il ricchissimo stilista da François-Xavier Lalanne nel 1965, che all’ asta aveva raggiunto il prezzo record mondiale di 2.753.000 euro. – NATALIA ASPESI

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