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Fino al 1987 non c’era mai stata alcuna relazione, nei servizi fotografici, tra la moda e il design sebbene fossero sin da allora due -come si usa dire- “eccellenze” italiane che in quel periodo erano in grande espansione. Ebbene, da una “geniale intuizione” – sono le parole stesse di Gastel- di Gisella Borioli (direttore allora di Donna magazine), arriva il primo tentativo di unire la moda e il design italiani in uno shooting. Nasce così il servizio, di Micaela Sessa da lui fotografato: “Le stanze del colore”.

Passaggio fondamentale, storico potremmo dire, forse ignorato in quegli anni: quello di fare ciò che da lì nel giro al massimo di un decennio, sarebbe diventato imprescindibile per gli stessi stilisti che andranno ad occuparsi anche del design con collezioni da loro stessi firmate.

Nel 1993-1994, grazie alla lungimiranza creativa di Renata Prevost Art Director della Garage Comunicazione e di quella imprenditoriale di Claudio Luti (che non a caso proveniva da Versace) di Kartell, Gastel viene chiamato a fotografare il nuovo catalogo prodotti. Per la prima volta un fotografo di moda è chiamato a realizzare un catalogo di design. Di questa esperienza posso parlare in prima persona perché di quel catalogo sono stata location manager e coordinatrice dei set .

Giovanni Gastel aspettava, osservava in silenzio e poi con un tocco leggero ma deciso, agiva. Quasi un processo junghiano di immaginazione attiva, di cui diveniva immediatamente consapevole. E lo faceva in modo tutto suo, un modo che all’improvviso apriva squarci, anche quando pareva ci fosse solo buio. Si trattava di squarci per lo più poetici, mentali, era quella la luce: quella della poesia che si faceva largo nelle sale vuote e rimbombanti di ville, di manifatture, di centrali termoidrauliche o negli androni decadenti ma fascinosi industriali o urbani che faticosamente avevo cercato.

Ricordo con gratitudine questo di quel bellissimo lavoro che ci fece incontrare -felicemente incontrare- per realizzare qualcosa che per quei tempi era inedito e rivoluzionario nel mondo del design: per la prima volta un fotografo di moda “trattava” gli accessori di design come fossero gli abiti di una modella. Ma “il punto” non era questo. Il punto era il suo metodo. A volte in quelle location inusuali eravamo sopraffatti dai luoghi, dai vuoti, o dai troppo pieni, da quegli oggetti che piccoli navigavano in quegli spazi spesso immensi. Lui arrivava e davvero con il suo colpo di genio risolveva l’immagine creando fantastici scenari onirici, come -prima tra tutte- la meravigliosa Chioma di Berenice che vedemmo formarsi davanti ai nostri occhi di fronte alla libreria rossa Bookworm di Ron Arad fantasiosamente montata su una parete bianca, con la modella dai capelli rossi a cui Gastel chiese di indossare un drappo di tessuto rosso. Una foto diventata iconica.

La prima immagine di quel catalogo che fu realizzata me la ricordo quasi con commozione, e se la guardo ancora riesce a farlo, non solo perché fu la prima e che spiega quello che dicevo all’inizio del modo di lavorare di Gastel sull’improvviso colpo di genio poetico. Eravamo nel salottino adiacente le scale, con quel senso un po’ sconsolato del primo giorno di shooting quando la fase organizzativa ha la prevalenza e non si riesce tanto ad ingranare. Lui si alzò pregandoci di prendere le scalette Tiramisù, tutte quelle nere che erano arrivate, si guardò intorno, ci disse di posizionarle sulla scala, fece vestire da Pina Gandolfi, la stylist che lavorò con noi, la modella di nero come le scalette e la fece mettere anche lei lì e così come se la forza di un pensiero soprannaturale piegasse la scaletta fece il movimento delle Tiramisù…

Ma spiega anche qualcosa di molto più profondo che Giovanni Gastel sosteneva, ossia che ognuno è un essere unico, e che “la fotografia è fatta da spirito ed intensità della seduzione”, che non è solo verso un uomo o una donna, ma tra un uomo e un oggetto, tra un uomo e la natura.

Non è forse una immagine di seduzione questa?

Così come estremamente seduttive sono le immagini scattate al quartiere Gallaratese al “Monte Amiata” il condominio rosso e giallo di Aldo Rossi, che scegliemmo per ambientare i tavolini e le sedie di Starck.

Un metodo -dicevamo- che unisce in un processo rapido osservazione/creazione/consapevolezza offrendo un prodotto finale che grazie a questa “centrifuga” restituisce un valore in più, che è quello che qui intendo per poesia e seduzione. Credo che questo sia valido per ogni lavoro che Gastel affrontava, fosse moda, design, ritratto. È stato un privilegio poter vedere questo con i propri occhi.

E comunque Design e Moda si confondono, si mescolano, così come nella vita, nel nostro quotidiano, nel nostro vivere la città e la casa. Nel nostro essere noi stessi, quello a cui Gastel teneva più di ogni cosa.

Elle Decor Magazine

Il percorso di Gastel non si è più fermato in questo senso e anzi ultimamente lo hanno visto protagonista importanti campagne stampa e cataloghi di aziende di design e memorabili servizi per riviste di settore. A noi piace ricordare qui i servizi realizzati con Elisa Ossino per Elle Decor dove al rigore progettuale e alla ricerca di Elisa Ossino e del suo studio, si è unita la visione speciale di Giovanni Gastel, la sua raffinatezza, la sua regia gentile, il suo senso del colore e della luce, la sua cultura, la sua conoscenza dell’arte e la sua consapevolezza delle cose.

Elle Decor Magazine “Ritratti di Living” Servizio di Elisa Ossino: un inaspettata rivisitazione dello stile di Hopper per descrivere stanze dedicate al relax. Visioni di interni in dialogo con l’esterno, dove i protagonisti sono mobili di design sia nuovi che classici.

Nel 2010 ha collaborato con Slide ritraendo loro best seller come la poltrona Low Lita di Paola Navone, il divano Rap e la poltrona a dondolo Blos di Karim Rashid. Sono prodotti che Gastel ha trattato proprio come ritratti, su fondo nero, con le luci che riflettono le curve e i materiali. Nessuna ironia per oggetti che già giocano per conto loro, piuttosto paiono osservati con una serietà e una attenzione che non gli è mai stata prestata.

 

Sfogliando il catalogo Venezia di Rubelli -concepito come una rivista con vari servizi realizzati da stylist e fotografi diversi- ad un certo punto sembra di essere capitati da un’altra parte, e non solo per gli scatti “moda” per il prodotto Colours con l’inseparabile Micaela Sessa dove è inserita anche una poesia di Giovanni Gastel: “Se lo splendore /di questo tessuto/fosse lo specchio/della tua anima/amore/ora potrei illuminarmi/della tua luce argentata.” Ma perché c’è una vivacità, una ironia, un gusto grafico e una eleganza che dona una vitalità speciale a tutto il progetto nel suo insieme.

Per Artemide nel 2019 lavora con Luca Stoppini su un doppio binario: per il catalogo con foto bellissime di prodotto e per la campagna stampa ambientando le lampade in situazioni di giovani della iGeneration, nativi digitali, tecnologici, sostenibili, multiculturali con una visione globale (la campagna del brand era denominata GenerAction). Protagonisti reali, giovani talenti che l’azienda ha deciso di aiutare negli studi e nei progetti di ricerca.

 

La campagna stampa di Edra, sempre nel 2019, vede la raffinata modella Leticia Herrera, che ripete la sua immagine in diverse posizioni sui vari prodotti scelti in modo tale da esprimere con la sua grazia ed eleganza le infinite declinazioni del comfort: Gastel moltiplica questo concetto e pone sempre al centro un dettaglio importante, lo riquadra come per farci toccare l’essenza e la qualità della collezione. Lo spazio è smaterializzato, è uno sfondo neutro, a dimostrare che Edra non è un solo stile e i prodotti entrano con naturalezza in ogni ambiente.

La scelta è stata il bianco e nero: l’immagine fotografica nella sua purezza e potenza visiva, per creare una identità forte a cui il brand risponde e continua ad aspirare.

Mirabile la campagna per Living Divani realizzata con Elisa Ossino e lo studio Lissoni,: divani come icone atemporali che fluttuano in uno spazio rarefatto. “Volevo renderli eterni” ha dichiarato Gastel in una intervista.

Nel frattempo per Poltrona Frau ha realizzato una campagna stampa che vedeva le sedie e le storiche poltrone dell’azienda di Tolentino ambientate in antichi palazzi e ville strepitose ma fotografate da sole, come protagoniste indiscusse su uno speciale ed esclusivo palcoscenico ma nel contempo, quasi a equilibrare la distanza che poneva questi prodotti quasi irraggiungibili dall’uomo, firmava un libro e un filmato intitolato “L’intelligenza delle mani” dove l’artigianalità, il saper fare, la relazione tra chi lavora insieme quindi anche gli sguardi, i gesti, i valori tornavano importanti da esaltare. Perché Gastel cercava questo anche nelle cose, cercava l’anima, cercava la vita.

 

E anche raccontava la sua malinconia, la sua nostalgia per le cose e infatti amava molto uno scritto di Ettore Sottsass tratto da “Rovine” del 1992 che diceva: “Quello che ci rimane da vedere, forse, è il passaggio di una nuova nostalgia, tra le tante che ci inseguono, una nostalgia tutta speciale, quella strana, penetrante, onnipresente, permanente, ossessiva nostalgia che è la nostalgia per l’Enigma, l’unica finale attrazione d’amore. Quando guardiamo il paesaggio dei ruderi depositati nel passato, quando attraversiamo i paesaggi delle città sepolte nei deserti, i paesaggi dei templi stritolati dalle foreste, i paesaggi delle pitture immobili, nelle penombre dei musei, noi che viviamo ora, nel tempo presente, non potremo riconoscere altro che una impietosa nostalgia, non potremo riconoscere altro che memorie sospese. Quello che noi, noi stessi possiamo riconoscere o forse soltanto ricordare è che tra la nostra vita pulsante, tra la consapevolezza acuta dell’esistenza, tra gli orgasmi vitali e il tempo, lo spessore si fa sempre più sottile, orribilmente sottile, com’è sottile, orribilmente sottile e sempre pronto a lacerarsi, lo spessore tra un amore che c’è, che teniamo tra le mani, con il quale viviamo ora la sua memoria. Viviamo il presente dentro a milioni di memorie, dentro a una sauna di nostalgie, inorriditi per come è sottile il tempo, per quanto poco è il tempo che riusciamo ad usare, quello di cui riusciamo ad avere consapevolezza.”

Ettore Sottsass diceva che il design è un modo di discutere la vita e di costruire una metafora della vita. Giovanni Gastel sosteneva che i volti delle persone donano il senso della vita. Sottsass e Gastel si incontravano ogni estate a Filicudi, isola amata dove erano vicini di casa.

Due giganti di cui noi avremo sempre nostalgia.

Ettore Sottsass fotografato da Giovanni Gastel

La mia casella in questi giorni è intasata di posta: il server mi chiede di “liberare spazio” perché sto “esaurendo lo spazio di archiviazione”, dice. Ma come mai? È presto detto: sono una giornalista freelance, la mia posta è intasata anche dalle missive del Salone del Mobile eppure entro nel loro sito e scopro che la mia categoria è misconosciuta. Il mio indirizzo mail è -leggo- “non accettato” così come -leggo sempre più basita“yahoo, hotmail o altri provider. L’indirizzo mail deve indicare chiaramente l’ufficio editoriale della rivista o l’editore. Non saranno accettate lettere pdf o stampate.” Comunque tornando alla mia casella di posta gmail loro non accettata ma usata per inviarmi comunicati stampa, è intasata perché altre aziende come la loro pensano di rivolgersi ad una professionista -che per altro lavora da vent’anni e passa- di cui però loro stessi NON RICONOSCONO la professione. È un bel paradosso, e una grande ingiustizia. Ma comunque un grande demerito. Alla conferenza stampa si è parlato di Milano che è grande in una Italia -ahinoi- molto piccola. Ecco fa molto, moltissimo dispiacere constatare che proprio in una fiera di portata internazionale in questo specifico punto dei freelance, laddove le fiere europee incentivano il lavoro dei freelance (si dà il caso che la crisi dell’editoria non permetta certo nuove assunzioni), Milano decada a provincia piccola piccola e con lei il prestigioso Salone del Mobile.

Anche Laura Traldi scrive su questo:

http://www.designatlarge.it/salone-del-mobile-2019-stampa/

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UN FUORI SALONE DIVERSO: IL DESIGN SENSIBILE IN ZONA 5

C’è molto entusiasmo e molto fermento per questo “numero zero” in zona 5 (Via S. Gottardo/Via Meda/Chiesa Rossa/Piazza Abbiategrasso/Conca Fallata). Non si tratta di proposte consuete per l’ennesima zona proposta tra le tante nel Fuori Salone: il Municipio 5 insieme agli organizzatori punta su cooperazione e umanizzazione, design etico e sostenibile, attenzione ad aspetti profondamente legati alla persona inserita in una comunità. L’iniziativa, ideata da Massimo Caiazzo coinvolge i visitatori in un percorso dedicato alla possibile integrazione tra l’uomo e l’ambiente urbano, tra persone fragili e lavoro, per rendere più piacevoli le azioni e le relazioni quotidiane e valorizzando i singoli e la collettività. Un modello di cooperazione tra cittadini, associazioni, istituzioni e realtà imprenditoriali che sottolinea la necessità di umanizzare il design per creare contesti sereni e vivibili da tutti, nel pieno rispetto del benessere e della dignità della persona e di tutta la comunità. Una grande occasione per rigenerare e rivitalizzare il tessuto sociale e culturale del quartiere e per offrire un approccio diverso al design nell’ottica di una reale valorizzazione delle periferie. In questa ottica il Municipio 5 ha sostenuto con forza tutta l’iniziativa. Un programma intenso e carico di contenuti che dal 17 aprile si svolgerà nelle location più significative con installazioni e mostre dedicate al tema insieme alle tante realtà eccellenti della zona: Zeus, Mauro Mori, Alessandro Guerriero e la scuola Tam Tam, Johnny Dell’Orto e Artè, Fulvio Michelazzi e il PACTA Salone, Marco Rizzuto, lo IACC-Italia e le esperienze sul colore, l’Hub… fino all’installazione di Dan Flavin alla Chiesa Rossa. Collaborazioni con associazioni importanti come Wurkmos e Ri-costruzioni, oltre a laboratori e conversazioni, occasioni uniche condotte da professionisti illustri.

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COMUNICATO STAMPA  

PROGRAMMA DESIGN SENSIBILE

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“Il design è uno stato a sé e Milano la sua capitale”
Nelle intenzioni di chi ha creato questo slogan sicuramente c’è un significato che include bellezza, preziosità, appartenenza e realizzazione.
Costringe, tuttavia, a più di una riflessione.

La prima e più facile è: in che stato è il design?

E poi questo essere “uno stato a sé” siamo proprio certi che sia così auspicabile? O non sia più saggio lavorare affinché il design “socializzi” maggiormente, si apra finalmente al mondo e alle istanze sociali come i giovani e anche molti designer per fortuna già fanno?

Le conferenze stampa de iSaloni, nel corso degli anni, hanno sempre mantenuto lo stesso registro. Meglio dire: lo hanno mantenuto i contenuti espressi.

In un mondo che cambia vorticosamente la percezione è sempre quella di un evento che parla di numeri, fatto prevalentemente di uomini -a parte la splendida Marva Griffin col “suo” Salone Satellite che onora e apre ai giovani progettisti da ben vent’anni e la curatrice della mostra A joy sense at work Cristiana Cutrone che ha parlato di sostenibilità ambientale e sostenibilità umana- privo di agganci con i grandi cambiamenti sociali.

Proprio lo stesso giorno della conferenza che si è svolta al Metropol, l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Milano ha organizzato un convegno (che proseguirà il 24 febbraio alla Casa dei Diritti) dove si è parlato di esperienze di cohousing, di housing sociale, di come si sia trasformata la famiglia e siano aumentate le persone anziane e quindi si esigano nuovi progetti e nuovi modi di vivere lo spazio abitativo, dell’immigrazione e della integrazione… insomma delle “nuove frontiere dell’abitare”.

È -diciamo- “curioso” come il Salone del Mobile ignori tutto questo, almeno nei contenuti che sembra promuovere all’interno dell’evento che muove -ecco i numeri- 330.000 visitatori da 165 paesi con più di 2.000 espositori oltre ai 650 giovani designer del Satellite.

Speriamo che la mostra Millennials offra la possibilità di capire se queste “nuove frontiere dell’abitare” siano già metabolizzate da questa generazione e come potranno realizzarsi, speriamo che il video di grande effetto del maestro Matteo Garrone non offra solo suggestioni oniriche ma anche stimoli per capire in quale realtà si muove il design.

Noi non ci auguriamo che il design sia “uno stato a sé” ma ci auguriamo piuttosto che sia immerso nella realtà di ogni stato (Stato e stato), vivo, attento e pronto a fare da sensore di ciò che avviene e a restituirci cose, prodotti che ci aiutino nel nostro vivere quotidiano in continua, fertile e aperta trasformazione e che di tutto questo si parli senza temere di annoiare la platea, sempre ricordando che -come ci ha insegnato Josif Brodskij- “L’estetica è la madre dell’etica”

Lilli Bacci

* il titolo deriva da uno scambio con Virginio Briatore

 

 

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LABORATORIO DI IDEE

di Lilli Bacci / fotografie di Enrico Conti

La casa di Paola Navone nasce durante i mille lavori percorsi su tutti i fronti -hotel, case, allestimenti, eventi, negozi, design, decori…- e in qualche modo raccoglie in una sintesi tutte le sue performance e il suo senso del vivere i luoghi. È come se il suo spazio fosse il laboratorio in cui nascono le idee. Non a caso -tra l’altro- la casa è al piano superiore dell’area post industriale che accoglie il suo studio -lo studio OTTO- dove lavora con il suo fantastico team. Lì si produce ciò che sboccia dalla fervida mente di Paola e dal suo modo di abitare, si cerca di dare forma ai suoi appunti su sensazioni, colori, forme, superfici, impressioni raccolte dal suo continuo viaggiare, dal suo essere sempre in transito: « Il viaggio è diventato il mio modo di respirare, non importa quanto lontano. Viaggio inteso come forma di pensiero. Come modo di essere. Come occhio nomade che non smette mai di guardare, di stupirsi e di creare connessioni tra le cose più diverse. » -dice come suo mantra Paola- «un’esperienza totale, dove accumulo immagini che finiscono nel bidone della mia testa. E da lì, all’improvviso, tiro fuori qualcosa. Sono una nomade che ama mettere radici in tanti luoghi» dice di sé. E i luoghi dove le sue radici hanno attecchito un po’ più in profondità sono Parigi e Milano. Da pochi mesi hanno attecchito in un grande cortile della Milano industriale condiviso con officine e laboratori dove è nata la sua nuova casa studio. Per raggiungere l’ingresso si cammina attraverso un rigoglioso “bidongarden”. Un giardino anarchico e post industriale di erbe, rampicanti e arbusti cresciuto in bidoni di colore blu indaco che da solo sboccia, appassisce, rinasce e a volte si autosemina.

Sotto c’è lo studio che non ha perso la sua bellissima aria di opificio.

Sopra la casa. Tetto in lamiera ondulata. Muri grezzi. Pavimenti fatti di sassi. Grandi vetrate. Un soppalco affacciato su terrazzi-orti dove Paola “colleziona” piante aromatiche e fiori colorati “purché si mangino”.

Una casa che è uno spazio aperto in cui aria e luce circolano liberamente e il rumore della città non entra. “Se questo luogo oggi è la mia casa è colpa della luce – racconta – una luce intensa e diretta come quella di Parigi”

Questa casa dall’aria incompiuta e imperfetta racconta molto della curiosa padrona di casa che ammette con semplicità “La mia casa è dove sono io”.

Paola Navone ha fatto della contaminazione e della stratificazione la cifra del suo lavoro e la sua casa è proprio così. Libera. Bulimica. Costituita per accumulo fantasioso di cose, ciascuna con la sua piccola storia di mondo da raccontare.

Questa è Paola: l’alternanza di pieno e vuoto, la luce che gira in libertà senza ostacoli, gli oggetti che ha recuperato e che vivono la loro seconda vita, le creazioni di alcuni designer storici oppure emergenti, i suoi progetti in continuo divenire. Rigorosa nell’imperfezione, viene da dire di lei che l’imperfezione ama, nel senso di far incontrare tante cose in una estetica originale e piena di energia.

Ci sono gli oggetti di Paola Navone designer. Il grandissimo divano Gervasoni rivestito con tessuti Rubelli. Le sedie disegnate per Crate and Barrel e i tavolini Poliform e Baxter.

Il letto della collezione Letti&Co. Ciascuno di questi oggetti rappresenta per lei un’avventura nata dal bellissimo incontro con una persona o con un maestria artigiana.

Ci sono cose arrivate in valigia da qualche meraviglioso viaggio. Splendidi esempi di no-name design che svelano la passione di Paola Navone per l’Oriente e il Sud del mondo, dove qua e là ha affondato alcune delle sue radici. Come le lampade rosse scovate in un mercato cinese e ora sospese a schiera in cucina. E la bizzarra famiglia di sedie e sgabelli arrivati in questa casa da ogni altrove.

Ci sono pezzi unici mescolati ad allegre e strabilianti collezioni di oggetti accumulate per una prassi che Paola Navone chiama “antropologia delle cose” come se fosse la sua professione. Una collezione di bellissime e panciute ceramiche del Sud della Francia. Una raccolta di utensili, allumini e oggetti per la tavola. Una collezione di ceramiche turchesi provenienti dalle fabbriche di ceramica Thailandesi raccolte da Paola per più di due anni durante i viaggi di lavoro, incastonati nel muro come un mosaico tridimensionale.

Ci sono oggetti di recupero che vivono in questa casa la loro seconda vita. Poi cose della vita di tutti i giorni camuffate dalla visionaria creatività della padrona di casa e dalla sua attitudine a trasformare tutto in qualcosa d’altro. Allora non è strano che sui tavolini Poliform siano comparsi due grandi occhi, la scala in lamiera sia dipinta a pois bianchi come una scultura africana e il prezioso lampadario blu cobalto di Barovier&Toso penda con il suo cavo rosso da un tronco sospeso.

Questa casa trasmette un’altra cosa che appartiene a Paola Navone: una speciale, verace e intima mediterraneità. Si respira perdendosi nei colori che tingono le cose. Sono i colori dell’acqua. Blu in tutte le sue sfumature. Indaco. Turchese. Verde acquamarina. Ottanio.

Si respira toccando i materiali. I sassi e le piastrelle in cemento fatti per camminarci a piedi nudi. E guardando gli oggetti ispirati al mare, primo fra tutti l’enorme pesce rosso realizzato dai ceramisti da Albissola che domina dal soppalco.

Poi c’è la cucina. Grande. Professionale. Serena. Stracolma di pentole, ciotole, contenitori attrezzi e oggetti domestici di ogni tipo e di ogni luogo. È la cucina di una padrona di casa che quando cucina, cucina davvero. Una grande libreria raccoglie di libri di cucina di ogni paese. Si sta cosi bene che viene voglia di sostare un po’.

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Il viaggio è lungo, anzi lunghissimo. Dall’aereoporto caotico di Phuket il pulmino bianco ci accoglie con l’amichevole sorriso dell’autista e benefiche bottigliette di acqua fresca e ci porta, salendo verso est, sulla penisola collinare di Cape Yamu.

Arrivare sfiniti dal viaggio può rendere cupa ogni visione ma qui non si corre certo questo rischio: quando dalla scala si intravede quel tripudio di tavoli indonesiani ricolmi di fiori e di oggetti come fosse un altare, impossibile non sentirsi attraversati da un’energia rigenerante.

E allora lo sguardo continua un viaggio instancabile: nella lobby che accoglie gli ospiti con i bianchi divani pieni di cuscini, gli angoli con piccoli tavoli di legno e poltroncine, le panche scultoree che si stagliano sul mare, la parete “pixel” fatta da migliaia di legni, le candide lampade giganti merlettate, le grandi colonne rivestite “a picassiette” che delimitano il pergolato realizzato con tegole speciali impermeabili al clima caldo umido e alle stagionali piogge della zona. Si intuisce subito che il progetto ha colto lo spirito del luogo, scegliendo materiali e inserendoli con armonia nell’ambiente naturale. Tutto è pensato per quel posto preciso e realizzato da artigiani del territorio. Sarà che su quello splendido vassoio rosso di benvenuto offerto da una sorridente fanciulla vestita di bianco, la coccarda di tuberosa appena intrecciata ci inebria col suo profumo e quella tazza di the al ginger restituisce la forza: il desiderio è quello di continuare il viaggio in questo spazio speciale.

Como Hotels e Resorts di Singapore è il brand di Cristina Ong che ha chiesto a Paola Navone di progettare interamente l’interior design su una struttura architettonica preesistente abbastanza inquietante e rigida per quel luogo. E che lei, accettando con entusiasmo, ha realizzato in due anni con un lavoro appassionato di ricerca e progettazione di ogni dettaglio insieme al suo team. Da alcune finezze architettoniche ai cucchiai, dai tessuti a tutti gli arredi, dai piatti alle lampade, dal decoro grafico dei tetti che si vedono dalle finestre al rivestimento di bambù dipinto di bianco degli ascensori, in un mix con oggetti di produzione da lei disegnati e con altri di antiquariato e artigianato locale.

L’attenzione a ogni particolare che si percepisce vivendo a Point Yamu è qualcosa che si svela straordinario, qualcosa che si potrebbe definire “pedagogico”, da cui tutti possono imparare, come una sensibilità da acquisire nella vita di tutti i giorni: proprio a questo servono i bravi designer. Mai come in questo caso però è restrittivo definire designer Paola Navone. Lei in questo lavoro è, più che in ogni altro, una specie di sacerdotessa dell’abitare, colei che interagisce con successo con i bisogni di chi vive quegli spazi, cercando di rispondere ad ogni possibile richiesta, anche quelle che non si manifestano consapevolmente.

Percorrendo il corridoio di foglie di bambù intrecciate che creano un tunnel – luminoso e solare – in fondo al quale un punto o un cerchio rosso orienta il cammino, le 106 camere, distribuite sui 3 piani delle parti laterali dell’edificio, ognuna col suo numero in ceramica crackle, la lampada speciale a bulbo di Nacho Carbonell e l’immancabile ciotola in alluminio decorato in cui galleggiano i fiori, si affacciano come ospiti festosi che danno il loro benvenuto.

Le camere, suddivise in tre colori – turchese, lavanda e blu (solo la suite presidenziale è bianca) – che ricorrono nei tessuti, nelle piastrelle e negli accessori, sono grandi e luminose, con i pavimenti di cementine bianche e grigie tipiche del luogo. Tutte con un bagno da sogno dove la vasca rotonda naviga in un acquario rivestito con le ceramiche artigianali colorate nelle tre tonalità, un salottino con divano, un tavolino basso, una consolle e un mobile-credenza, un letto grande e comodissimo in legno e/o in tessuto, un armadio ultracomfort, e poi lampade, ceramiche. Mixati ogni volta in modo diverso così che ogni stanza sia sempre un po’ unica e speciale. E tutte si affacciano su un terrazzo privato dotato di almeno una coppia di dormeuse da esterno con un tavolino, alcune con piscina privata. Dal terrazzo, a 360 gradi, si ammirano le isole Andatane, una natura rigogliosa e un mare di un azzurro potente: una vista che lascia incantati.

Se poi si prosegue il viaggio verso le aree comuni: nella scintillante e immacolata Private Dining Room con la sua porta rosso lacca e l’antica mano gigante di una statua che funge da maniglia, nei ristoranti (quello turchese e grigio italiano “La Sirena” con la lunga parete con centinaia di piatti bianchi, e quello rosso e oro Thai “Nahmyaa” con i grandi pesci rossi realizzati con il mosaico), in altri corridoi dove la progettista ha giocato con materiali diversi che diventano muraglie che si intersecano e si fronteggiano (di ceramica smaltata, di scaglie di legno invecchiato, di sassi, di cementine), nell’Aqua Bar con la scultura aerea sul bancone, nella Tea Room della Lobby con il decoro a scritte thai sul soffitto, nei salottini (persino le aree tecniche antincendio sono decorate con tende di fiori o grafiche), nei pergolati, nei percorsi con l’acqua che riecheggiano lidi veneziani, nelle scale che ritmano e scaldano le alte mura grigio verdi, si arriva al “fuoco”, al centro del Resort ovvero la COMO Shambhala Retreat Spa e, sotto di essa, la piscina, lunga 100 metri, che sembra finire tra il cielo e il mare. Perfino gli ombrelloni che circondano la piscina sono stati punto di attenzione, portati come sono in spalla da meravigliosi allegri elefantini, e, con lo sguardo verso la piscina all’orizzonte, un cubo di sassi sembra emergere come l’isola che non c’è. Sembra che la visione sia calibrata su pieni e vuoti, su grigi e azzurri, su texture di materiali diversi, su piante verdi già cariche di fiori che cresceranno rigogliose e si arrampicheranno sulla lamiera a larghe maglie colorata in verde che riveste la struttura, raccordando così l’architettura all’ambiente.

Paola Navone ci comunica tutta la sua idea di bellezza: la semplicità prima di tutto, il piacere di vedere ed usare le cose che hanno attraversato secoli e continenti, il fascino intenso e commovente delle forme imperfette di quando gli oggetti sono fatti a mano.

Ogni spazio merita una descrizione per la ricchezza dei dettagli: tutto ha un senso, tutto ha una storia, tutto è curato, tutto ha un legame col territorio. Ecco, anche per questo senso di cura, di amore, di attenzione, la Spa Shambhala diventa il fulcro del progetto: entrarci, indossare la mise bianca che viene offerta, entrare con le ciabattine candide nelle stanze dedicate ai trattamenti o a piedi nudi nella grande stanza dei massaggi thai col pavimento in teak circondata e attraversata dai ricchi tendaggi di lino bianchissimo, osservare la luce filtrata dagli screen intrecciati delle grandi finestre, sedere sulle poltrone delle aree in ceramica turchese intenso, con un profumo che vorresti interiorizzare e portare sempre con te, ci fa sentire al centro della cura, al centro di un mondo da abitare, anche solo per pochi giorni.

Lilli Bacci

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foto di Enrico Conti, styling e location Lilli Bacci per le aziende IVV e I Patrizi

Ci piace riassaporare –ripensando a questo Salone del Mobile 2012, il “Salone della crisi”, il Salone degli stand più piccoli e dei corridoi più grandi, del fuorisalone  carico di eventi sempre più insignificanti– la sensazione purificatrice, illuminante e pacificante della stanza bianca da Dilmos dove una linea sul muro prende forma e tridimensionalità e “con gentilezza” accoglie una candela. E’ Ron Gilad la scoperta 2012. Poesia ma anche concretezza, e meraviglia per gli occhi, per la mente, per lo spirito.

Quel candeliere appiccicato alla parete con la “x” di scotch nero  che diventa decoro, funzione, addirittura meccanismo, è la genialità e la poesia delle cose semplici che riconciliano con tutto.

Quasi una profezia, questi oggetti ci fanno riflettere su tutta la questione.

Crisi della finanza e del capitalismo, energie rinnovabili, sostenibilità, crescita, decrescita, stili di vita. Le parole che vengono usate ormai sono diventate parte anche del nostro sguardo e ci appaiono, a volte in soccorso altre minacciose, anche mentre andiamo in giro ad osservare questo nostro fiore all’occhiello che è l’evento del Salone (e che nelle stanze bianche di Dilmos si illuminano e si fanno oggetti).  Grazie Ron, che sei nato a TelAviv e che vivi a NY e che adesso lavori per prestigiose aziende italiane. Portaci questa capacità di unire in una sintesi benefica l’uso, l’armonia, il pensiero, la riflessione, l’ironia e una risposta a questo fiume di domande sul senso di un progetto.

Altre risposte sono nelle ricerche e nei progetti pieni di energia delle Scuole di Design europee, nei prototipi dei giovani talenti “scovati” da Rossana Orlandi, nelle proposte e nei modi (sono importanti, i modi!) di una frizzante ed euforica azienda come la Lago, nell’attenzione artigianale ma innovativa nei prodotti di Moroso, nella fiammella a led del grande Ingo Maurer e anche nella freschezza della ormai multinazionale Ikea che declina un solo prodotto in mille possibilità e rivisita prodotti storici con materiali sostenibili, nella ricerca di manualità e artigianalità unita strettamente alla tecnologia digitale che si vede bene in molti dei prodotti presentati.

Per il resto è un po’noia, tanta stanchezza e molta fatica.

Lilli Bacci aprile 2012

Parigi fuori scala

Parigi. Rue du Faubourg Saint-Antoine, nell’11ème arrondissement (uno dei più importanti quartieri residenziali della città che fu il cuore della Parigi rivoluzionaria e delle grandi rivolte operaie del XIX secolo e che ospitava tre prigioni come la Bastille, la Petite e la Grande Roquette, ora demolite), è una strada animata, trafficata e rumorosa, oggi un quartiere di artigiani e produttori di mobili. I cortili che si aprono dietro ai portoni e ai cancelli sembrano creati per uscire con dolcezza dal caos della città. In questa strada, in un portone dove corridoi e cortili si susseguono, si arriva alla casa di Paola Navone, salendo una scala che è già un tuffo in un’altra dimensione: nuda, sconnessa, delabrè. Appena si varca la soglia, quello che arriva come un bagliore abbacinante sono le 12 finestre che percorrono le 4 pareti principali. Uno spazio immenso, nudo, semplice, che Paola ha lasciato così come le si è presentato la prima volta: “il progetto era già fatto” dice lei. Nessun progetto fatto a tavolino, ma spazio vissuto e in continuo divenire. Con il pavimento di assi di legno, i mattoni delle pareti, le dodici gigantesche finestre.

Una struttura meravigliosamente arricchita dai suoi oggetti, dalle sue creazioni, dai pezzi raccolti nei suoi interminabili viaggi.

Lo spazio che si apre davanti agli occhi è bianco, allegro, incandescente, sorprendente, come quelli che lei sempre ricrea nelle sue performance visive.

Siamo un po’ come Alice Nel Paese delle Meraviglie perché siamo piccoli di fronte ai suoi oggetti giganti, quasi tutti fuori scala: dall’ immenso divano bianco con un milione di cuscini (da lei progettato per Casa Milano), alla gigantesca Naska Loris, dalla grande mano in legno delle Filippine, alla lunga armadiatura con le ante in ferro che dividono la cucina dal resto dello spazio, dalla sospensione-scheletro-di-crinolina decorata coi fiori di seta a quella in garza bianca Koushi (del fotografo americano Mark Eden Schooley).

Quando gli oggetti hanno una dimensione “umana” lei li moltiplica, li esaspera, li rende ironici, come i tavolini Vulcano disegnati per Poliform e interpretati uno diverso dall’altro, come le sedie -che lei adora- che sono ovunque, una diversa dall’altra: intorno al tavolo tondo della zona pranzo, nell’angolo sotto la finestra a formare tanti salottini da conversazione, vecchie sedie, carcasse reinterpretate con materiali fluo e decori indiani, sedie etniche, sedie contadine, sedie di design.

Separata dall’armadio e da due tende bianche c’è la cucina destrutturata in acciaio inox (“Pastasciutta”, che lei ha disegnato per OpinionCiatti) con il bellissimo lavabo ovale ( “il massimo per me, per lavare tutte le verdure che voglio” dice Paola) e con la fantastica varietà di mestoli e mestolini che fanno respirare la magia di tutte le cucine del mondo. Al di là delle due tende, uno da una parte, l’altro dall’altra, i due tavoli: quello tondo sotto la lampada-crinolina e circondato dalle sedie una diversa dall’altra, perfetto simbolo delle diversità che si incontrano nella condivisione del cibo… e quello rettangolare, arrivato lì come per casualità, dalle assi da cantiere dipinte di grigio e tenute insieme con una stringa rossa, e circondato dalle sedie cinesi dipinte di verde clorofilla.

Poi le camere, entrambe sognanti e scherzose: quella di Paola tutta piastrelle color dell’acqua (di Franco Pecchioli), come se l’acqua dal bagno fosse entrata nella stanza come un’onda birichina; quella degli ospiti rosso lacca e blu d’oriente, che rivive dalla casa di HongKong che Paola ha lasciato, e che ci riporta immediatamente a quella atmosfera.

Paola dice di questo spazio che le “si adatta con una semplicità naturale”, un po’ come le scenografie temporanee che lei è così brava a creare e a regalare alla vista di tutti ma che sono così profondamente legate alla sua personalità. Paola si riconosce: nell’allestire ma anche nell’abitare, unica e irripetibile, originale e spontanea. Le viene così, come una seconda pelle.

Lilli Bacci

Qual è la funzione del design? Si potrebbe pensare che esso fa parte di quei settori che hanno a che fare con una certa idea del lusso, mobili, oggetti, accessori di marca che rendono più “appeal” e “glamour” la vita di chi ha già tutto. Da questo punto di vista l’ Italia negli ultimi decenni è diventata nel mondo un po’ il simbolo di un buon gusto da comprare, di una certa maniera di viver bene che è allo stesso tempo status. Si è detto più di una volta che c’ è una stretta connessione tra design e moda e certamente è quest’ ultima a tirare a sé il primo, e non è un caso se gli stilisti si dedicano spesso ad entrambe le attività. Si aggiunga l’ architettura ed il trinomio fa sì che una come Zaha Hadid disegni musei enormi, scarpe, vasi, poltrone. Perfino Rem Koolhaas si è messo a fare scarpe. Questa alleanza però tradisce le origini e la funzione per cui è nato il design. È stata la rivoluzione industriale a determinare il passaggio dall’ artigianato ad una produzione seriale e a provocare in una generazione di artisti e architetti l’ idea che bisognasse dare una qualità alla produzione di massa. Walter Benjamin aveva annunciato la sparizione dell’ aura degli oggettie la loro riproducibilità infinita. Era l’ epoca dell’ emergere del capitalismo industriale, ma anche dell’ utente massa. Scuole come il Bauhaus si erano impegnate ad infondere la qualità artistica nella produzione di massa. I nomi non erano certo da poco, Klee, Itten, Kandinskij, Gropius. Eranoi tempi in cui sembrava che la modernità potesse essere domata e liberata dai pericoli di barbarie che annunciava. L’ Italia e “l’ Italian design” nasce come conseguenza di questa speranza e si applica con intelligenza alla costruzione di un sistema di oggetti che, nel dopoguerra, coniugano il gusto artigianale e le nuove prospettive industriali, dalla caffettiera moka alla vespa, dal motore dell’ Alfa Romeo alle intuizioni di Gio Ponti con un modernismo divertente e smagato, ma anche accessibile. È soltanto quando l’ Italia entra nel benessere che questa funzione “popolare” del design viene lentamente cancellata. Il design non si rivolge più alle masse, ma alle élite, “quelle che possono capire”. I film degli anni ‘ 60, le commedie all’ italiana sono piene di gag legate ad un design che viene preteso come gusto da imporre, ma in realtà è scomodo, inutile, ridicolo. Sarà però Jacques Tati a svelarne tutta la comicità involontaria nel suo capolavoro Playtime. È a questo punto che in Italia si crea il grande divario. La produzione di massa prende un’ altra strada, per rispondere alle esigenze del grosso pubblico. Questo non è più oggetto di un intento educativo da parte di élite di stilisti, ma semplicemente lasciato al suo gusto un po’ retrò, provinciale. I mobilifici italiani sfornano comodini, letti con spalliera scolpita, tinelli, stiracalzoni, letti a castello per bambini in un incrocio tra kitsch ed evocazione del mondo dei nonni. In una inchiesta fotografica dei primi anni 2000 l’ Italia è un paese abitato dagli stessi mobili ingombranti e inutili dalle Alpi alla Sicilia, immancabile l’ enorme tavolino in vetro nel soggiorno, il mobile con specchiera nella sala da letto, immancabili i puffi sul letto dei bambini anche se trentenni. Il design diventa invece caro o si dà alla gadgettistica, per cui i cavatappi somigliano ad una signorina e i tappi a degli elfi. Nelle vetrine oggetti leggermente mostruosi si accompagnano ad oggetti e lampade firmate da “grandi nomi”. La firma diventa come nella moda il logo che assicura all’ utente ignorante che il suo acquisto vale. A questo punto entrano in scena le grandi catene che rivoluzionano tutto ciò, indirizzandosi alle masse, ma con una idea di frugalità e funzionalità che ormai conviene a chi deve farsi i conti in tasca. È cambiata la società. Le classi medie italiane, superata la sbornia si impoveriscono lentamente. Ed soprattutto è cambiata l’ idea di casa. In un paese in cui un matrimonio dura in media tre anni e mezzo è assurdo comprarsi dei mobili costosi e ingombranti, meglio avere una libreria Billy, un clic clac dove lui o lei possono dormire quando litiganoe soprattutto una serie di accessori per cucina che possono essere lasciati al coniuge di turno alla separazione senza problemi. La frase “i mobili li tieni tu”, diventa l’ inno di una conquista di libertà in cui le cose e gli oggetti che ci circondano sono finalmente liberati dalla tirannia del costo, della pesantezza e della presunzione degli stilisti. – FRANCO LA CECLA

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