Archivi per la categoria: casa

Cerca_Animas_AdobeRGB_sharpened

“Cerca animas” foto di Desiree Dolron

« Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco –a volte anche un leopardo-, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore a ogni piccola cosa. »

Tiziano Terzani dall’ Himalaya indiana, Lettere contro la guerra

aden_16

photo by Menno Aden

“Spesso mi mettevo a cucinare nel primo pomeriggio. (…) era felicità e al tempo stesso uno stato molto preciso di abbandono ad un pensiero in divenire. Lentamente con cura, perché durasse di più, in quei pomeriggi cucinavo per quelle persone assenti.  Se non c’era una minestra pronta, non c’era niente, (…) allora non restava che mondare la verdura, mettere a cuocere la zuppa e scrivere. Nient’altro.”

Marguerite Duras “La vita materiale”

foto di Todd Hido  www.toddhido.com

foto di Todd Hido
http://www.toddhido.com

“Aprirò la mia casa a un uomo di passaggio”  di  Elasti

Ho sempre pensato che fosse una pratica bellissima. Ho sempre ammirato tutti coloro che lo fanno. Perché, diciamocelo, occorre essere generosi, curiosi, aperti, incuranti, rilassati e impavidi. Perché bisogna avere una grande disponibilità a condividere, e a mettersi in gioco. Perché è necessario affrancarsi da quell’attaccamento insano alle cose. Perché non bisogna avere paura di perdere pezzetti di sé, condividendo i propri oggetti e la propria tana. Ho sempre pensato che scambiare la propria casa con quella di sconosciuti, affittare, o, ancora meglio, prestare i luoghi in cui si vive abitualmente a qualcuno di cui non sai nulla, sia un atto di libertà. Perché, in fondo, quel senso di possesso esclusivo e viscerale rende tutti un po’ schiavi.Ho sempre predicato bene e razzolato malissimo. Io, casa mia non l’ho mai scambiata con nessuno, non l’ho mai prestata a ignoti né tantomeno affittata a estranei paganti. Casa mia è mia, mi dice la pancia. È mio il letto in cui dormo, sono mie le lenzuola, mio il cuscino, mio il bagno, miei i cassetti, mie le memorie e la biancheria che ci stanno dentro, mio il comodino con sopra il romanzo che sto leggendo, mio il divano, mie le fotografie che raccontano la mia storia, mio il tavolo della cucina, mia la libreria, mio il rosso psichedelico con cui ho dipinto la parete della sala da pranzo, mia l’aria sopra il mio pavimento e sotto il mio soffitto. Non va bene. Sono territoriale come un gatto, possessiva e gelosa come la più nevrotica delle massaie, meschina come chi non riesce a elevarsi oltre il proprio ombelico.Anche quest’anno trascorriamo l’estate nella città di A, in Massachusetts, dove mio marito lavora tra economisti marxisti ed emarginati come lui: e noi – prole ed io – cerchiamo il nostro ubi consistam con alterni risultati.«Paul, il mio collega, ci presta casa sua. Starà via tre mesi. Dice che gli fa piacere se stiamo da lui», ha annunciato mio marito. «Lo sa che abbiamo tre figli maschi e piccoli?». «Certo». «Sa che useremo i suoi letti, la sua cucina, il suo bagno?». «Credo che lo immagini». Così, Paul mi ha dato una grande lezione e ci ha accolto, in cinque nel suo mondo, con generosità, disinvoltura, naturalezza e coraggio.Non ho mai incontrato Paul. E neppure sua moglie. Né i suoi due figli, poco più grandi dei miei. Ma vivo a casa loro. Di loro so che amano camminare in montagna e fare picnic, perché ho visto le fotografie appese ai muri. So che amano il jazz e hanno una collezione di dischi in vinile che ascoltano con un giradischi d’epoca che mi ha ricordato l’infanzia e ha suscitato la morbosa curiosità dei miei figli. So che amano i tè esotici e non si scompongono se sono pieni di farfalline. So che leggono libri di fantascienza e nel garage hanno sette biciclette, tre monopattini e un paio di trampoli. Non hanno neppure uno specchio in cui guardarsi tutti interi. Probabilmente la domenica fanno il barbecue e tagliano l’erba del giardino. Forse hanno fatto un viaggio in Africa e hanno portato indietro delle maschere paurose. Mangiano gelatina alla menta che ha un colore verde smeraldo, giocano a scacchi e su un albero hanno costruito una casa. Hanno un pianoforte e una cartina del mondo, appesa in bagno, proprio accanto al gabinetto, ed è un bel modo per ripassare la geografia e coltivare i propri desideri di fuga. Percorriamo le loro tracce, lasciamo che il loro mondo ci inghiotta e che la loro presenza impalpabile, ma prepotente, ci avviluppi. Cerchiamo di essere discreti e rispettosi, consapevoli del privilegio di abitare il contenitore di vite altrui. Questo posto mi ha convinto: aprirò un giorno la mia casa a un Paul di passaggio, metterò a tacere la massaia possessiva e gelosa e condividerò le mie tracce e le mie cose. Perché è un bel modo per lasciarsi andare, per liberarsi dei propri egoismi un po’ gretti, per scoprire quali e dove sono le cose importanti.

000_hkg8330767

fotografie di Benny Lam (Afp)

“Ci sono luoghi e luoghi. Quelli belli, quelli famosi o molto brutti in fin dei conti ci lasciano indifferenti. Al massimo interessano il nostro versante culturale, il più mediocre. I luoghi veri, quelli che ci generano, quelli che catturano la memoria, sono quelli che ci hanno visto fuori di noi stessi, che hanno ospitato il nostro eccesso, l’ammissione o il terrore dei nostri desideri, tutti quelli che furono il letto di un capovolgimento”

Yasmina Reza “Al di sopra delle cose”

Queste foto sono state scattate il 26 settembre 2012 in alcuni appartamenti della regione di Hong Kong per la Society for community organization, un’organizzazione non governativa a difesa dei diritti umani.

 

  ©lillibacci

Comincia da questa immagine che mi accompagna fin dall’infanzia il mio sentimento del “SENTIRSI A CASA” che quasi mi ossessiona. Da quando ero bambina ho guardato nei dettagli e nell’insieme questa fotografia che appartiene alla mia mamma e che ritrae delle sue parenti. La trovo meravigliosa: la luce, la donna che cuce, protettiva, la bimba che gioca baciata dal  sole che arriva dalla finestra aperta sulla strada. La mensola con l’orologio, le tendine. Il pavimento con la cornice. Il tavolo con il poggiapiedi. La tovaglia a quadrettini per coprirne il piano. Sullo sfondo la macchina da cucire sempre pronta all’uso. E il vaso con i fiori che si intravede al centro del tavolo. Io mi commuovo di fronte all’attimo colto, io trovo questa immagine struggente e benefica.

“Altro da cose”. Visto a Modena durante il Festival Filosofia che quest’anno era sulle COSE. Il progetto è dell’artista Claudia Losi ed il pubblico è invitato a portare una cosa legata al proprio vissuto ritenuta significativa per i ricordi e gli affetti che evoca.

Nella grande stanza raggiunta attraverso il percorso all’interno del bellissimo Museo Etnografico (segnalato da oggetti disegnati applicati sul pavimento) sono in mostra lungo due pareti i piccoli oggetti significativi che ognuno ha portato: un mazzo di chiavi, una bottiglia, un libro, un origami, una scatola, una tazza… mentre su una parete sono attaccati sul muro le immagini di questi oggetti sopra una semplice scheda con scritta la motivazione.  Fino al 18 novembre, MuseiCivici Modena

 

Vi raccontiamo le CHIAVI DI CLOTILDE, di Donatella

Questo slideshow richiede JavaScript.

Questo mazzo di chiavi mi parla delle mani di mia madre bellissime e sottili che la vecchaia aveva rispettato. Mi apre squarci di vissuti: conflitti tra noi due, continui tentativi di affronatrli e di risolverli in modo creativo, un faticoso corpo a corpo con la depressione di cui mia madre soffriva da lungo tempo.
Quando abitava in via Bertiera, nel centro di Bologna, vicino a casa mia, mia madre perdeva spesso le chiavi. Per questo ne tenevo un mazzo di scorta. E’ vissuta nell’appartamento di via Bertiera circa dieci anni, dopo aver abitato a Trento con mia sorella, e ha passato gli ultimi anni della sua vita nella stessa casa in cui abito io. Queste chiavi mi parlano anche dei suoi tentativi coraggiosi nell’affrontare la paura della solitudine e del cercare nuove strade per convivere con la sua profonda malinconia.

La richiesta di Claudia restituisce a questo oggetto tutta la sua carica emozionale e lo fa rivivere, trasformandolo in un oggetto narrante.

Quando entriamo in certe case arriva come uno sbuffo di profumo improvviso ma intenso: la sensazione di armonia. Non un’armonia leziosa fatta di colori o di forme, piuttosto qualcosa che avverti come se dei punti diversi sembrassero congiunti da una morbida linea, e che si sentono tenuti insieme con uno sforzo costante: dare un senso.

Del resto “abitare” che cos’è? Non è proprio dare un senso ai gesti e alle cose quotidiane? Ecco. Paola e Angelo lo fanno. Ma non per un imperativo esterno a loro. A loro viene così, naturale. Dare un senso alle cose che li circondano. Tracciare una linea che unisce gli oggetti che nel tempo hanno raccolto e che tengono con sé, costruendo lo spazio – attraverso queste cose-  in cui muoversi, e ospitare. Si, perché un altro aspetto importante del loro “abitare” è quello dell’ospitalità. Avere sempre amici con cui condividere qualcosa: dal pesce appena pescato, all’olio buono dei loro olivi, dall’arrivo di una nuova pianta in giardino, al prendere il sole sul letto indiano carico di cuscini. Non c’è casualità nel loro disporre le cose nella casa eppure non c’è nemmeno costruzione o ossessività.

È qualcosa che si capisce venire dal profondo, questa armonia spaziale, questo gusto spontaneamente raffinato, e che per queste ragioni  non mette in soggezione ma offre solo benessere.

Certo che la casa sia un dammuso forse aiuta non poco. Infatti i dammusi, (ddammùsu, nome della tipica abitazione pantesca, parola che già di per sé fa visualizzare la struttura: il termine dammuso infatti ha origine nel vocabolo arabo dammus, unica parola per indicare la volta estradossata cioè una cupola con la superficie esterna visibile che costituisce la copertura dell’edificio stesso). Nei  dammusi panteschi, dammus, quindi dammuso, indica comunque l’intera costruzione. I dammusisono meravigliosamente armonicamente integrati con l’ambiente esterno, mentre gli spazi interni si dividono in genere in tre ambienti: la kammira, l’arkova e il kammirino, che formano un’unica cellula abitativa. Le cellule poi possono essere singole o, soprattutto in tempi più recenti, o aggregate, come nel caso del dammuso di Paola e Angelo.

Le mura perimetrali dei dammusi avevano uno spessore impensabile per le costruzioni di oggi, oltre un metro, che, con una copertura a cupola, favorivano due aspetti fondamentali: l’isolamento termico ed  il convoglio dell’acqua piovana. Il tetto a cupola, infatti, permetteva  all’aria calda di condensarsi nella concavità interiore, lasciando fresca la parte bassa del locale, mentre la forma dei tetti a cupola canalizzava l’acqua verso le sempre presenti cisterne di raccolta, permettendo lo sfruttamento degli elementi naturali del luogo in cui nasceva: la terra, la pietra, l’acqua.

Il dammuso è perciò un esempio perfetto di architettura bioclimatica ecosostenibile.

Davanti al dammuso un portico con archi a tutto sesto o una pergola o un terrazzo, il “passiaturi”, delimitato lungo tutto il perimetro dalla “ducchena”, il comodo sedile in pietra che spesso si raccorda con il sistema dei terrazzamenti, con i lavatoi scavati nella pietra e dove si trova l’apertura principale della cisterna. I dammusi di solito non hanno giardini, il paesaggio agrario che li circonda ha del resto tutta la bellezza e l’utilita’ dei giardini mediterranei. Prossimi ai dammusi, oltre il piccolo orto che ricicla la poca acqua disponibile, si trova spesso un carrubo, un gelso nero e una o due palme da datteri e l’immancabile Melia, “l’albero dei rosari” dei monasteri dell’Himalaya. Per la sua capacita’ di sfidare il vento e crescere eretto e non prostrato ha meritato anche a Pantelleria un posto d’onore vicino ai dammusi.

E le Melie stanno come guardiane dello spazio esterno del dammuso di Paola e Angelo, che hanno sfruttato il terreno agrario intorno per un giardino denso di significati. Dare un senso anche all’esterno. Il loro giardino è magico ma anche naturale, è sontuoso ma anche selvaggio, è composto ma anche abbondante. Loro -che lo hanno creato con l’aiuto di Paola e Roberto Zaccagni, fiorentini trasferitisi a Pantelleria dove hanno creato lo studio I Rosmarini- da appassionatissimi innamorati di piante, che osservano in tutti i luoghi dei loro viaggi, riportano qui -sempre- un seme o una zolla o un virgulto e continuamente li vedi pulire, potare, sistemare, piantare… come un continuo rapporto con la terra che li accoglie, non per “domarla” ma per ospitare anch’essa. Come scrive Gilles Clément:  “Le piante viaggiano. Le erbe, soprattutto. Si spostano in silenzio, come i venti. Non si può nulla contro il vento. Se si mietessero le nuvole, si sarebbe sorpresi di raccogliere sementi imprevedibili mescolate al loess, polveri fertili. Già nel cielo si disegnano paesaggi impensabili.”

Ecco, si sta nel loro giardino come tra nuvole inimmaginabili.

Lilli Bacci

Parigi fuori scala

Parigi. Rue du Faubourg Saint-Antoine, nell’11ème arrondissement (uno dei più importanti quartieri residenziali della città che fu il cuore della Parigi rivoluzionaria e delle grandi rivolte operaie del XIX secolo e che ospitava tre prigioni come la Bastille, la Petite e la Grande Roquette, ora demolite), è una strada animata, trafficata e rumorosa, oggi un quartiere di artigiani e produttori di mobili. I cortili che si aprono dietro ai portoni e ai cancelli sembrano creati per uscire con dolcezza dal caos della città. In questa strada, in un portone dove corridoi e cortili si susseguono, si arriva alla casa di Paola Navone, salendo una scala che è già un tuffo in un’altra dimensione: nuda, sconnessa, delabrè. Appena si varca la soglia, quello che arriva come un bagliore abbacinante sono le 12 finestre che percorrono le 4 pareti principali. Uno spazio immenso, nudo, semplice, che Paola ha lasciato così come le si è presentato la prima volta: “il progetto era già fatto” dice lei. Nessun progetto fatto a tavolino, ma spazio vissuto e in continuo divenire. Con il pavimento di assi di legno, i mattoni delle pareti, le dodici gigantesche finestre.

Una struttura meravigliosamente arricchita dai suoi oggetti, dalle sue creazioni, dai pezzi raccolti nei suoi interminabili viaggi.

Lo spazio che si apre davanti agli occhi è bianco, allegro, incandescente, sorprendente, come quelli che lei sempre ricrea nelle sue performance visive.

Siamo un po’ come Alice Nel Paese delle Meraviglie perché siamo piccoli di fronte ai suoi oggetti giganti, quasi tutti fuori scala: dall’ immenso divano bianco con un milione di cuscini (da lei progettato per Casa Milano), alla gigantesca Naska Loris, dalla grande mano in legno delle Filippine, alla lunga armadiatura con le ante in ferro che dividono la cucina dal resto dello spazio, dalla sospensione-scheletro-di-crinolina decorata coi fiori di seta a quella in garza bianca Koushi (del fotografo americano Mark Eden Schooley).

Quando gli oggetti hanno una dimensione “umana” lei li moltiplica, li esaspera, li rende ironici, come i tavolini Vulcano disegnati per Poliform e interpretati uno diverso dall’altro, come le sedie -che lei adora- che sono ovunque, una diversa dall’altra: intorno al tavolo tondo della zona pranzo, nell’angolo sotto la finestra a formare tanti salottini da conversazione, vecchie sedie, carcasse reinterpretate con materiali fluo e decori indiani, sedie etniche, sedie contadine, sedie di design.

Separata dall’armadio e da due tende bianche c’è la cucina destrutturata in acciaio inox (“Pastasciutta”, che lei ha disegnato per OpinionCiatti) con il bellissimo lavabo ovale ( “il massimo per me, per lavare tutte le verdure che voglio” dice Paola) e con la fantastica varietà di mestoli e mestolini che fanno respirare la magia di tutte le cucine del mondo. Al di là delle due tende, uno da una parte, l’altro dall’altra, i due tavoli: quello tondo sotto la lampada-crinolina e circondato dalle sedie una diversa dall’altra, perfetto simbolo delle diversità che si incontrano nella condivisione del cibo… e quello rettangolare, arrivato lì come per casualità, dalle assi da cantiere dipinte di grigio e tenute insieme con una stringa rossa, e circondato dalle sedie cinesi dipinte di verde clorofilla.

Poi le camere, entrambe sognanti e scherzose: quella di Paola tutta piastrelle color dell’acqua (di Franco Pecchioli), come se l’acqua dal bagno fosse entrata nella stanza come un’onda birichina; quella degli ospiti rosso lacca e blu d’oriente, che rivive dalla casa di HongKong che Paola ha lasciato, e che ci riporta immediatamente a quella atmosfera.

Paola dice di questo spazio che le “si adatta con una semplicità naturale”, un po’ come le scenografie temporanee che lei è così brava a creare e a regalare alla vista di tutti ma che sono così profondamente legate alla sua personalità. Paola si riconosce: nell’allestire ma anche nell’abitare, unica e irripetibile, originale e spontanea. Le viene così, come una seconda pelle.

Lilli Bacci

Magico tetto

Pantelleria è l’isola-mondo cercata e prescelta come luogo in cui finalmente sostare e trovarsi. Graciela e Roberto, argentina lei, fiorentino lui, dopo tanti viaggi nel mondo sono capitati nell’isola dieci anni fa così per caso, come può succedere in una pigra estate scegliendo un’anonima meta per la propria vacanza. E siccome Pantelleria -come si sa – non vuole mezze misure e si dice sempre che “o la ami o la detesti”, per loro due nacque l’amore e subito la forte visione di un progetto sereno. Succede che si ritrovino allora gli spazi sognati delle proprie radici con la voglia nuova di sperimentarne la terra così da coltivare ulivi e agrumi e mandorle e fichi. E anche succede che si rispettino le caratteristiche del luogo ospitale sia nelle coltivazioni che nella ristrutturazione della casa-dammuso, mulino originale dell’ottocento, posto in un punto speciale e fortunato: la cuddìa Attalora, sopra la contrada Rekhale, la parte africana dell’isola. Da qui nelle giornate limpide si vede la Tunisia, da qui si gode un tramonto sempre emozionante, da qui si arriva con una magnifica passeggiata tra pini e ossidiane alla Montagna Grande e qui c’è sempre un fresco rigenerante quando in piena estate si sale su da ogni altro punto dell’isola. Roberto si è occupato dello spazio esterno recuperando tutte le vecchie piante di ulivo e di mandorlo, i fichi e poi gli agrumi del giardino arabo; ha piantato altri 300 ulivi, e le agavi, e gli alberi da frutto oltre a seminare un piccolo orto. Graciela si è dedicata alla casa con la sorpresa di una vocazione all’interior decoration scoprendo i colori e quell’impasto magico di pastella di cemento che dal pavimento diventa parete e piano d’appoggio, tipico sapere dei muratori del posto. Senza sfarzo e con rispetto è venuta alla luce una casa ed il suo intorno che è insieme privilegio e semplicità: insomma il luogo perfetto da abitare. La casa poi, quando corrisponde e aderisce così a te diventa scrigno prezioso che genera, come tutta l’isola vulcanica del resto, energie inaspettate: così Graciela ha scoperto la pittura, e che dipingere la fa sentire come “posseduta”. Ed il tema prediletto è dipingere gli animali domestici dedicando questi quadri ai loro amici umani. Le pitture di Graciela sono diventate piccole icone immancabili nelle case delle persone che amano perdutamente le loro bestioline. Quest’anno Graciela ha dipinto i cani dell’isola raccogliendo così i fondi per il nuovo canile di Pantelleria ed i suoi quadri sono stati esposti per tutta l’estate al Castello Normanno.

Sono semplici le cose che possono nutrire l’anima.

Lilli Bacci

“Il volume – a cura di Bianca Bottero, Anna Di Salvo e Ida Farè- raccoglie gli scritti preparatori e il ricco dibattito svoltosi in occasione del convegno “Microarchitetture del quotidiano. Sapere femminile e cura della città.” svoltosi a Milano a marzo del 2008. Emerge dall’insieme un quadro vivissimo dei modi creativi con cui le donne si esprimono, per affermare la bellezza, la convivenza, la memoria delle loro città e dei conflitti che guidano in prima persona contro il malgoverno che, nell’Italia di oggi, devasta la qualità degli spazi pubblici urbani e quindi la ricchezza intrinseca della polis.”

a pag. 107 “Sentirsi a casa: un metodo antropologico nell’ osservazione di spazi abitati”, contributo di Lilli Bacci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: