Archivi per la categoria: casa

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da Identikit di Luigi Ghirri

La mia casa è esercizio quotidiano oltre che di gesti e comportamenti già ampiamente scontati e risaputi, dell’elaborazione del mio lavoro. Ho delegato per questo autoritratto gli oggetti (libri, dischi, etc.) che testimoniano di un rapporto di conoscenza, di cultura, della mia fantasia, del passare del mio tempo. Identikit diventa così continuazione ideale del mio lavoro eseguito e di quello che andrò ad eseguire.

Luigi Ghirri, Identikit

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foto da Leslie Avon Miller

(dedicato a Alice Munro, Nobel Letteratura 2013)

“Si siede come sempre nella sua grande poltrona, circondata da pile di libri e di riviste mai aperte. Sorseggia adagio la tisana insipida che ha preso il posto del caffè. C’è stato un momento in cui ha creduto che non ce l’avrebbe fatta a tirare avanti senza caffè, ma poi ha scoperto che quello di cui non può fare a meno è stringere in mano il tazzone caldo, che è quella sensazione a favorirle i pensieri, o qualunque altra pratica svolga nel corso delle ore, o delle giornate.”
ALICE MUNRO, TROPPA FELICITA’

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“Cerca animas” foto di Desiree Dolron

« Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco –a volte anche un leopardo-, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore a ogni piccola cosa. »

Tiziano Terzani dall’ Himalaya indiana, Lettere contro la guerra

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photo by Menno Aden

“Spesso mi mettevo a cucinare nel primo pomeriggio. (…) era felicità e al tempo stesso uno stato molto preciso di abbandono ad un pensiero in divenire. Lentamente con cura, perché durasse di più, in quei pomeriggi cucinavo per quelle persone assenti.  Se non c’era una minestra pronta, non c’era niente, (…) allora non restava che mondare la verdura, mettere a cuocere la zuppa e scrivere. Nient’altro.”

Marguerite Duras “La vita materiale”

foto di Todd Hido  www.toddhido.com

foto di Todd Hido
http://www.toddhido.com

“Aprirò la mia casa a un uomo di passaggio”  di  Elasti

Ho sempre pensato che fosse una pratica bellissima. Ho sempre ammirato tutti coloro che lo fanno. Perché, diciamocelo, occorre essere generosi, curiosi, aperti, incuranti, rilassati e impavidi. Perché bisogna avere una grande disponibilità a condividere, e a mettersi in gioco. Perché è necessario affrancarsi da quell’attaccamento insano alle cose. Perché non bisogna avere paura di perdere pezzetti di sé, condividendo i propri oggetti e la propria tana. Ho sempre pensato che scambiare la propria casa con quella di sconosciuti, affittare, o, ancora meglio, prestare i luoghi in cui si vive abitualmente a qualcuno di cui non sai nulla, sia un atto di libertà. Perché, in fondo, quel senso di possesso esclusivo e viscerale rende tutti un po’ schiavi.Ho sempre predicato bene e razzolato malissimo. Io, casa mia non l’ho mai scambiata con nessuno, non l’ho mai prestata a ignoti né tantomeno affittata a estranei paganti. Casa mia è mia, mi dice la pancia. È mio il letto in cui dormo, sono mie le lenzuola, mio il cuscino, mio il bagno, miei i cassetti, mie le memorie e la biancheria che ci stanno dentro, mio il comodino con sopra il romanzo che sto leggendo, mio il divano, mie le fotografie che raccontano la mia storia, mio il tavolo della cucina, mia la libreria, mio il rosso psichedelico con cui ho dipinto la parete della sala da pranzo, mia l’aria sopra il mio pavimento e sotto il mio soffitto. Non va bene. Sono territoriale come un gatto, possessiva e gelosa come la più nevrotica delle massaie, meschina come chi non riesce a elevarsi oltre il proprio ombelico.Anche quest’anno trascorriamo l’estate nella città di A, in Massachusetts, dove mio marito lavora tra economisti marxisti ed emarginati come lui: e noi – prole ed io – cerchiamo il nostro ubi consistam con alterni risultati.«Paul, il mio collega, ci presta casa sua. Starà via tre mesi. Dice che gli fa piacere se stiamo da lui», ha annunciato mio marito. «Lo sa che abbiamo tre figli maschi e piccoli?». «Certo». «Sa che useremo i suoi letti, la sua cucina, il suo bagno?». «Credo che lo immagini». Così, Paul mi ha dato una grande lezione e ci ha accolto, in cinque nel suo mondo, con generosità, disinvoltura, naturalezza e coraggio.Non ho mai incontrato Paul. E neppure sua moglie. Né i suoi due figli, poco più grandi dei miei. Ma vivo a casa loro. Di loro so che amano camminare in montagna e fare picnic, perché ho visto le fotografie appese ai muri. So che amano il jazz e hanno una collezione di dischi in vinile che ascoltano con un giradischi d’epoca che mi ha ricordato l’infanzia e ha suscitato la morbosa curiosità dei miei figli. So che amano i tè esotici e non si scompongono se sono pieni di farfalline. So che leggono libri di fantascienza e nel garage hanno sette biciclette, tre monopattini e un paio di trampoli. Non hanno neppure uno specchio in cui guardarsi tutti interi. Probabilmente la domenica fanno il barbecue e tagliano l’erba del giardino. Forse hanno fatto un viaggio in Africa e hanno portato indietro delle maschere paurose. Mangiano gelatina alla menta che ha un colore verde smeraldo, giocano a scacchi e su un albero hanno costruito una casa. Hanno un pianoforte e una cartina del mondo, appesa in bagno, proprio accanto al gabinetto, ed è un bel modo per ripassare la geografia e coltivare i propri desideri di fuga. Percorriamo le loro tracce, lasciamo che il loro mondo ci inghiotta e che la loro presenza impalpabile, ma prepotente, ci avviluppi. Cerchiamo di essere discreti e rispettosi, consapevoli del privilegio di abitare il contenitore di vite altrui. Questo posto mi ha convinto: aprirò un giorno la mia casa a un Paul di passaggio, metterò a tacere la massaia possessiva e gelosa e condividerò le mie tracce e le mie cose. Perché è un bel modo per lasciarsi andare, per liberarsi dei propri egoismi un po’ gretti, per scoprire quali e dove sono le cose importanti.

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fotografie di Benny Lam (Afp)

“Ci sono luoghi e luoghi. Quelli belli, quelli famosi o molto brutti in fin dei conti ci lasciano indifferenti. Al massimo interessano il nostro versante culturale, il più mediocre. I luoghi veri, quelli che ci generano, quelli che catturano la memoria, sono quelli che ci hanno visto fuori di noi stessi, che hanno ospitato il nostro eccesso, l’ammissione o il terrore dei nostri desideri, tutti quelli che furono il letto di un capovolgimento”

Yasmina Reza “Al di sopra delle cose”

Queste foto sono state scattate il 26 settembre 2012 in alcuni appartamenti della regione di Hong Kong per la Society for community organization, un’organizzazione non governativa a difesa dei diritti umani.

 

  ©lillibacci

Comincia da questa immagine che mi accompagna fin dall’infanzia il mio sentimento del “SENTIRSI A CASA” che quasi mi ossessiona. Da quando ero bambina ho guardato nei dettagli e nell’insieme questa fotografia che appartiene alla mia mamma e che ritrae delle sue parenti. La trovo meravigliosa: la luce, la donna che cuce, protettiva, la bimba che gioca baciata dal  sole che arriva dalla finestra aperta sulla strada. La mensola con l’orologio, le tendine. Il pavimento con la cornice. Il tavolo con il poggiapiedi. La tovaglia a quadrettini per coprirne il piano. Sullo sfondo la macchina da cucire sempre pronta all’uso. E il vaso con i fiori che si intravede al centro del tavolo. Io mi commuovo di fronte all’attimo colto, io trovo questa immagine struggente e benefica.

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