Quando entriamo in certe case arriva come uno sbuffo di profumo improvviso ma intenso: la sensazione di armonia. Non un’armonia leziosa fatta di colori o di forme, piuttosto qualcosa che avverti come se dei punti diversi sembrassero congiunti da una morbida linea, e che si sentono tenuti insieme con uno sforzo costante: dare un senso.

Del resto “abitare” che cos’è? Non è proprio dare un senso ai gesti e alle cose quotidiane? Ecco. Paola e Angelo lo fanno. Ma non per un imperativo esterno a loro. A loro viene così, naturale. Dare un senso alle cose che li circondano. Tracciare una linea che unisce gli oggetti che nel tempo hanno raccolto e che tengono con sé, costruendo lo spazio – attraverso queste cose-  in cui muoversi, e ospitare. Si, perché un altro aspetto importante del loro “abitare” è quello dell’ospitalità. Avere sempre amici con cui condividere qualcosa: dal pesce appena pescato, all’olio buono dei loro olivi, dall’arrivo di una nuova pianta in giardino, al prendere il sole sul letto indiano carico di cuscini. Non c’è casualità nel loro disporre le cose nella casa eppure non c’è nemmeno costruzione o ossessività.

È qualcosa che si capisce venire dal profondo, questa armonia spaziale, questo gusto spontaneamente raffinato, e che per queste ragioni  non mette in soggezione ma offre solo benessere.

Certo che la casa sia un dammuso forse aiuta non poco. Infatti i dammusi, (ddammùsu, nome della tipica abitazione pantesca, parola che già di per sé fa visualizzare la struttura: il termine dammuso infatti ha origine nel vocabolo arabo dammus, unica parola per indicare la volta estradossata cioè una cupola con la superficie esterna visibile che costituisce la copertura dell’edificio stesso). Nei  dammusi panteschi, dammus, quindi dammuso, indica comunque l’intera costruzione. I dammusisono meravigliosamente armonicamente integrati con l’ambiente esterno, mentre gli spazi interni si dividono in genere in tre ambienti: la kammira, l’arkova e il kammirino, che formano un’unica cellula abitativa. Le cellule poi possono essere singole o, soprattutto in tempi più recenti, o aggregate, come nel caso del dammuso di Paola e Angelo.

Le mura perimetrali dei dammusi avevano uno spessore impensabile per le costruzioni di oggi, oltre un metro, che, con una copertura a cupola, favorivano due aspetti fondamentali: l’isolamento termico ed  il convoglio dell’acqua piovana. Il tetto a cupola, infatti, permetteva  all’aria calda di condensarsi nella concavità interiore, lasciando fresca la parte bassa del locale, mentre la forma dei tetti a cupola canalizzava l’acqua verso le sempre presenti cisterne di raccolta, permettendo lo sfruttamento degli elementi naturali del luogo in cui nasceva: la terra, la pietra, l’acqua.

Il dammuso è perciò un esempio perfetto di architettura bioclimatica ecosostenibile.

Davanti al dammuso un portico con archi a tutto sesto o una pergola o un terrazzo, il “passiaturi”, delimitato lungo tutto il perimetro dalla “ducchena”, il comodo sedile in pietra che spesso si raccorda con il sistema dei terrazzamenti, con i lavatoi scavati nella pietra e dove si trova l’apertura principale della cisterna. I dammusi di solito non hanno giardini, il paesaggio agrario che li circonda ha del resto tutta la bellezza e l’utilita’ dei giardini mediterranei. Prossimi ai dammusi, oltre il piccolo orto che ricicla la poca acqua disponibile, si trova spesso un carrubo, un gelso nero e una o due palme da datteri e l’immancabile Melia, “l’albero dei rosari” dei monasteri dell’Himalaya. Per la sua capacita’ di sfidare il vento e crescere eretto e non prostrato ha meritato anche a Pantelleria un posto d’onore vicino ai dammusi.

E le Melie stanno come guardiane dello spazio esterno del dammuso di Paola e Angelo, che hanno sfruttato il terreno agrario intorno per un giardino denso di significati. Dare un senso anche all’esterno. Il loro giardino è magico ma anche naturale, è sontuoso ma anche selvaggio, è composto ma anche abbondante. Loro -che lo hanno creato con l’aiuto di Paola e Roberto Zaccagni, fiorentini trasferitisi a Pantelleria dove hanno creato lo studio I Rosmarini- da appassionatissimi innamorati di piante, che osservano in tutti i luoghi dei loro viaggi, riportano qui -sempre- un seme o una zolla o un virgulto e continuamente li vedi pulire, potare, sistemare, piantare… come un continuo rapporto con la terra che li accoglie, non per “domarla” ma per ospitare anch’essa. Come scrive Gilles Clément:  “Le piante viaggiano. Le erbe, soprattutto. Si spostano in silenzio, come i venti. Non si può nulla contro il vento. Se si mietessero le nuvole, si sarebbe sorpresi di raccogliere sementi imprevedibili mescolate al loess, polveri fertili. Già nel cielo si disegnano paesaggi impensabili.”

Ecco, si sta nel loro giardino come tra nuvole inimmaginabili.

Lilli Bacci

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