Questo contributo è il risultato di una ricerca sul campo svolta nell’arco di un anno in varie città, partendo dal tema della casa, argomento a me caro fin dall’infanzia. Mi piace parlare di  “sentimento dell’abitare” come ciò che ha messo in movimento la ricerca, che inizia un percorso tra le tracce umane negli spazi abitati che in realtà non può dirsi mai concluso.

Ho sempre osservato e sempre osservo con attenta curiosità, rispetto e passione gli angoli abitati in cui mi capita di trovarmi, con una profonda attrazione per il luogo (casa / angolo / “tana”) e per i suoi oggetti  che niente ha a che vedere con l’aspetto estetico che anche potrebbe derivare dal mio lavoro di stylist di arredamento. E’ la rivelazione di chi abita questo luogo  attraverso le cose che mi affascina e mi rapisce, essendo questa “rivelazione” non solo psicologica ma anche culturale, antropologica e sociale.

Abitare un luogo è rapportarsi a sé e agli altri con precisi codici: un vero e proprio linguaggio che usiamo nel rapporto tra noi e il mondo circostante. In questo lavoro ho cercato di tradurre e interpretare questo particolare linguaggio secondo l’ ipotesi di “casa come luogo del Sé” e come “luogo abitato dalle nostre tracce”.

Attraverso la mia osservazione ho verificato come qualsiasi spazio venga “contaminato” , influenzato, “tracciato” da colui che lo vive anche solo per un tempo limitato, come un bisogno – che viene dal profondo – di segnare il proprio territorio,  sia esso il tavolo dell’ufficio o il letto dell’ospedale. Mi sono anche chiesta se in situazioni “estreme” che in genere sollecitano un contatto con noi stessi o di non stabilità della propria dimora per motivi di varia natura (scelta, imposizione, necessità) questo spazio venga ugualmente “segnato” da colui che lo abita, e come e se queste tracce si rivelino importanti per dipanare e capire la società, il mondo e la cultura in un momento di mescolanze etniche, di emergenze economiche e sociali, di emarginazione, di accentuate difficoltà psicologiche.

Il  lavoro si è proposto quindi di analizzare dimore, spazi – anche solo angoli abitati, con diverse caratteristiche – per capire se questi possano restituire al soggetto che li abita nutrimento affettivo e identità personale e culturale, e se,

attraverso questo, sia possibile una lettura chiarificatrice della realtà dell’abitare.

Lo sguardo con cui ho osservato e fotografato gli spazi analizzati, è stato lo sguardo di chi entra col proprio corpo in uno luogo abitato e vede “piccolo”, vede il dettaglio, la traccia che rivela, esprime, rappresenta e concretizza lo spazio locale. Questo luogo si è confermato carico di indizi per capire meglio i fenomeni sociali, culturali, psicologici e antropologici.[1]

È per questo che spero possa essere utile questa riflessione in questo incontro, dove si parla di “esperienze di progetto urbano che esprimano la cura della città a partire dai corpi che la abitano e dalle relazioni che la attraversano”.

Se esiste un comune denominatore degli spazi osservati  posso dire che è stato il mio vivere, come da etnografa, un incontro empatico con le case degli altri.

Casa significa spazio, tracce, cura, atto magico. Tutti gli spazi che ognuno abita diventano spazi di possesso perché, lasciando le proprie tracce, lo spazio resta segnato dalla nostra presenza, diventando quindi il  nostro spazio. La casa non è necessariamente il nostro spazio segnato. Ma lo spazio segnato è casa: è casa l’angolo che la persona che vive in strada che si è fatto con i sacchetti e le coperte nella camerata dell’emergenza freddo; casa sono le fotografie appese nelle stanze; casa sono i vasi e le scarpette cinesi nel fienile toscano; casa sono i disegni dell’amore che non c’è più; casa è l’orologio a cucù che ora è rotto ma che nella casa prima del terremoto funzionava; casa è l’ordine e la pulizia asettica; casa è la sciarpa della squadra preferita nel letto dell’ospedale; è la scatola di pasta da fare col barattolo di sugo portato dal paese; è il calendario che scandisce i giorni; sono tutti i santi che proteggono; è farsi le manicure; è cucinare per qualcuno, è occuparsi di qualcosa, è tenere pulito il sottopassaggio; è la montagna di libri da circumnavigare.

Una rilevazione importante in questo lavoro è stata nel fatto che non sempre si riesce a parlare del proprio rapporto con la casa, con gli oggetti, con gli spazi che si percorrono, dei movimenti che si fanno al suo interno, delle relazioni con gli altri nello spazio che vivono in comune, delle relazioni con gli oggetti, di ciò che fa sentire a casa. Riguardo a questo tema si riesce meglio a parlare del passato piuttosto che del presente: si ricorda la casa natale quasi sempre come un luogo felice, un tempo e quindi uno spazio idealizzato. Ma la quotidianità del vivere lo spazio, fatta di gesti e di percorsi, di cure o di disordini non si verbalizza: si agisce, come la necessità di cibarsi ogni giorno.

«La maniera in cui proiettiamo noi stessi e prima ancora la nostra immagine nello spazio conferendogli un ordine e un senso è in larga parte inconsapevole. Più che una scelta guidata dalla ragione o dalla coscienza essa assume la forma di una colonizzazione silenziosa compiuta da gesti minimali, come spostare un libro, chiudere un cassetto, riordinare le matite sulla scrivania o i cuscini sul divano. Gesti casuali, svagati, spesso automatici, che hanno a che fare con il mondo ovattato dell’abitudine e della ripetizione».[2]

Entrando in uno spazio credo di aver colto modalità, rapporti, disagi, proiezioni, desideri e identificazioni, ma le domande da me poste non hanno avuto risposta, se non risposte ovvie e precostituite. Io stessa, mentre mi sentivo chiedere quali erano gli oggetti preferiti o quale era lo spazio dove ci si riconosceva, avvertivo come una vaghezza e un non senso nelle mie stesse parole. A rispondere era solo l’occhio che si posava sulle cose, ed è per questo che lo strumento che ho privilegiato è stata la macchina fotografica. «… solo la prima volta che lo si vede uno spazio è trasparente, poi con la consuetudine diventa opaco e altrettanto indecifrabile come per i suoi abitanti.».[3]

Azzardo qui l’ipotesi che dato che ero stata accolta in uno spazio intimo, non c’era bisogno di parole per spiegare oltre. In effetti fuori della casa si è più disposti a parlarne, come si è più disposti a parlare della casa dei ricordi o del passato.

L’abitare vissuto lo si può descrivere meglio con una evocazione letteraria o poetica[4] ed è per questo che spesso mi è piaciuto utilizzare molte citazioni letterarie.

Con  questo mio lavoro, da un punto di vista antropologico, sia nella parte teorica che in quella della osservazione degli spazi abitati, è emersa la frammentarietà delle teorie postmoderne. Come dice L.Piasere «Sappiamo già che l’osservazione partecipante permette la serendipità, permette di trovare cose senza cercarle. Oltre a questo, essa permette di imbattersi in sorprese, cioè cose o eventi che proprio non ci si aspettava».[5] Queste sorprese, che l’etnografo, lì per lì, non capisce,  sono chiamate punti ricchi. E i punti ricchi vengono appresi mediante la micro-esperienza dell’osservazione partecipante. «In questo modo, una visione olistica è ottenuta attraverso un assemblaggio di frammenti di cultura».[6]

Così le letture teoriche si sono intersecate con gli spazi abitati che ho visitato, in un processo di «conoscenza etnografica»,[7] strettamente legata all’ evocazione che quei luoghi hanno suscitato, nel modo che S. Tosi Cambini definisce «crocevia di generi di esposizione diversi»[8], guidata cioè  da analisi ma anche da evocazioni, immagini, scritti e poesie.

sulla fotografia

«Se io fossi semplicemente curiosa, mi sarebbe assai difficile  dire a qualcuno: “Voglio venire a casa tua e farti parlare e indurti a raccontarmi la storia della tua vita”. Voglio dire che mi direbbero:  “Tu sei matta”. E in più starebbero molto sulle loro. Ma la macchina fotografica dà una specie di licenza. Tanta gente vuole che le si presti molta attenzione, e questo è un tipo ragionevole di attenzione da prestare».

Diane Arbus[9]

Nella mia borsa oltre al portafoglio con i documenti, l’erogatore contro gli attacchi asmatici, gli occhiali da vista, un blocchetto e una penna, c’è una macchina digitale, di quelle piccole come un pacchetto di sigarette. Da quando mi è stata regalata è sempre e ovunque con me. Un modo di prendere appunti che è visivo, che è il mio modo, da quando lavoro con e su-le immagini e soprattutto con e su-le cose. Non sono una fotografa professionista, il mio uso della macchina fotografica è per raccontare attraverso immagini quello che mi colpisce. Sandro Spini amava aprire le sue lezioni di antropologia visiva con questa frase di Lewis Hine che spiega molto bene quello che intendo dire: «Se sapessi raccontare una storia con le parole non avrei bisogno di trascinarmi dietro una macchina fotografica». 

La scoperta della fotografia è per me una scoperta “tardiva”, che viene certamente dopo quella della parola o dello scrivere, ma che ha racchiuso in sé anche queste altre espressioni.

In questo lavoro, centrato, come già detto, sulla empatia negli spazi che ho visitato, l’immagine fermata di quegli spazi  mi ha consentito di osservarli ad un livello più profondo, come se solo l’immagine permettesse lo studio a posteriori di un evento registrato.

È stato perciò interessante vedere come il materiale raccolto per questo lavoro abbia dimostrato, nel corso del suo svolgimento, la vicinanza che può esistere tra visione antropologica ed immagine fotografica. Le immagini e i testi diventano tra loro complementari, si completano, e completandosi, documentano in qualche modo il collegamento tra antropologia e fotografia: una relazione tra il guardare e la consapevolezza di ciò che si vede, tra il vedere e il comprendere meglio una determinata situazione.

Sono entrata negli spazi abitati con la mia piccola digitale e ho preso appunti, a volte anche frettolosamente -per riserbo- mentre capivo di inoltrarmi in territori intimi e privati.

Ho cercato di cogliere angoli, fette di spazio vissuto, lasciandomi guidare da istinto e emozione.

Pur non essendo uno scrittore o un poeta ho, come dice Bachelard “letto” una camera, “letto” una casa: «ha un senso dire che si “legge una casa”, si “legge una camera”, poiché camera e casa sono diagrammi psicologici che guidano gli scrittori ed i poeti nell’analisi dell’intimità».[10]

Solo dopo una successiva osservazione le immagini hanno trovato un loro percorso, che mi ha aiutato a fare chiarezza, spesso a districare il senso, decodificando con l’immagine lo spazio abitato. La visione dei dettagli consente riflessioni e commenti che nella visione d’insieme sono impossibili[11].

Come ho già accennato il lavoro che propongo è parte importante della mia storia, una specie di autobiografia che descrive i miei sforzi di dimostrare il rapporto fondamentale  dell’uomo col proprio spazio abitato. Sono anni che raccolgo testi, foto e materiali sul tema della casa. Un interesse, ma di più: un sentimento direi, che mi accompagna fin da bambina. E accade anche da sempre che in qualunque parte  mi trovi, sia assolutamente naturale “farmi casa”, “farmi spazio”, cioè creare in qualche modo un ordine specifico del luogo in cui sono, che offra subito il senso di me in quello spazio.  Il territorio trasformato e segnato dalle mie cose. Il senso di trovare – non la mia casa – ma casa anche lì, in uno spazio non “mio”, in un luogo mai visitato.

Probabilmente non appartiene a tutti  questo aver bisogno del luogo che si faccia casa per accogliere, della tana in cui rifugiarsi, o dello spazio in cui lasciare le proprie tracce.

Ma basta osservare, per esempio, i computer negli uffici di un azienda per capire che non è così. Perché  persino  il proprio computer, o il proprio cellulare, o la propria automobile, ha una sorta di personale “allestimento”, una sorta di propria riconoscibilità e di conseguenza qualcosa che lo renda unico e personale. A volte accade addirittura di farsi casa in una situazione di estremo passaggio, come all’aeroporto o alla stazione mentre siamo in attesa. Alla recente edizione del Salone del Mobile di Milano ho colto la signora coreana che sulla panca del padiglione si era messa a fare la maglia: un modo di creare un angolo proprio in un luogo di passaggio, un modo di “farsi casa in fiera”.

Nel centro di Firenze ho incontrato Caterina, una taxista speciale che ha arredato il suo taxi come se fosse la sua stanza preferita e che ne parla come un di progetto reso concreto. Il modello dell’auto è una Cruiser anni Trenta che non esisteva nel colore bianco che usano i taxi, lei l’ha fatta verniciare apposta. Ha “ereditato” la licenza dal suo fidanzato, morto a 39 anni di tumore, che ha speso le sue ultime energie per convincerla a continuare il suo lavoro di taxista. E lei ce l’ha messa tutta e ha fatto diventare quel taxi un’auto magica nella quale i bambini (e non solo) vogliono tornare per ritrovare i  peluche, i fiori  e le farfalle  colorate  che  abitano  lo  spazio. E  questa  magia  l’ha portata  a lavorare  per la Fondazione Tommasino Bacciotti [1], a istituire corse gratuite per i bambini ricoverati all’Ospedale Pediatrico Mayer, a promuovere anche in trasmissioni televisive il lavoro della Fondazione. «“Il taxi è una stanza: se dentro c’è energia, quell’energia rimbalza”. In quella stanza Caterina ci ha portato il suo mondo. Il suo e quello degli altri. La gente sale, lei mette nello stereo un’aria della Carmen, e poi chiede: come va, è una buona giornata, sì, anche per me perché oggi ho riletto una bella poesia di Salinas, non lo conosce? Gliela regalo io allora. “Sono dieci minuti di strada insieme, un pezzetto di vita che dobbiamo fare in due: perché buttarsi addosso lo stress, l’indifferenza, il silenzio?” Caterina è così. Sono i cappelli buffi che si mette in testa, la macchina che guida, le margherite sul lunotto, i tappetini fatti a mano, il profumo di spezie che si respira, e quell’energia che rimbalza.»[2]

In sintesi, le storie con le foto di cui ho scritto vogliono dimostrare l’umano “lasciar traccia” nell’abitare. Nell’abitare questo mondo. Nell’abitare il giaciglio di cartone sul marciapiede della stazione oppure il letto dell’ospedale o la baracca sul fiume, nell’abitare la casetta prefabbricata offerta dopo la distruzione della propria vecchia e amata casa, o il tavolo dell’ufficio, o la stanza della servitù; e ancora, la cella del carcere, la stanza nel residence per il businessman, la camera di una persona anziana nella residenza assistita, la stanza di una donna sola e del suo bambino.

Lasciare le proprie tracce significa appartenere al mondo, essere una persona viva dentro la comunità che ci ospita, avere un proprio originale e personale ordine in cui  riconoscersi.

pensilina dell'autobus n.1 oggi smantellata, Le Cure Firenze

Nel quartiere delle “Cure” di Firenze dove ho abitato dalla nascita fino ai vent’anni, c’è una fermata dell’autobus – classica, con la sua pensilina – che è un piccolo salotto di zona. Ogni vecchietto si è portato una sedia da casa e l’ha sistemata sotto quella fredda pensilina, per sedersi e parlare, per aspettare senza disagio. È straordinario vedere come un angolo della città è stato arredato e personalizzato. Tracce umane in un luogo pubblico ed estraneo.

Anche quello che migliaia di persone in varie parti del globo (dalla Svizzera alla Russia, dagli Stati Uniti al Giappone) decidono di fare in vista di una futura apocalisse è indicativo: la costruzione di rifugi antiatomici dove scegliere i propri spazi e decidere di equipaggiarli con le cose necessarie alla transizione ma dove non mancano  merletti e quadri.

Sono allora gli oggetti che delimitano, scandiscono, ricordano e rappresentano la storia della nostra vita? Oggetti che ognuno tiene  in  un  ordine interiore ed esteriore assolutamente personale.

Gli oggetti, la cui funzione è fondamentale come tramite tra noi e lo spazio,  sono toccati, guardati, spostati e usati in funzione di questo ordine interno.

È ancora Benjamin  che trova le parole più belle per parlare di questo:

«Lo spazio si traveste, indossa, come un essere tentatore, i costumi degli stati d’animo». [1]

Forse lo spazio trasfigurato dal nostro stato d’animo è la sintesi del senso di casa.

Nel mio testo ho lavorato su 20 “casi di case”, ovvero situazioni temporanee, straordinarie o precarie dell’abitare lo spazio. Questa  scelta non esaurisce affatto il vasto e interessante panorama degli spazi abitati ma vuole solo essere testimonianza e spunto di riflessione su un argomento lasciato spesso vago e ai margini della vita “vera”.

Vorrei ulteriormente ribadire che si è trattato in ogni caso di una lettura delle case di altri attraverso il mio personale incontro con le loro case, secondo quella “osservazione partecipante” che crea “risonanza” o meglio, empatia.[2] Ogni incontro mi ha permesso di far luce sulla singola individualità ma anche sugli aspetti sociali e collettivi: «Dal momento che le unità sociali scelte dall’etnografo -per quanto possano essere a “localizzazioni mutevoli”- sono di solito ristrette in modo che il ricercatore possa osservare e partecipare direttamente alle relazioni sociali, la scelta di queste unità non dovrebbe essere casuale, ma deve permettere di “illuminare la totalità”. […] L’etnografo, in un gruppo sociale, deve cercare dei “rivelatori”, cioè “luoghi privilegiati per illuminare la globalità sociale”».[3]

Gli spazi abitati che ho osservato sono stati il mio luogo privilegiato.


[1] W.Benjamin Parigi capitale del XIX secolo Torino, Einaudi, 1986 pag. 284

[2] Cfr. L.Piasere L’etnografo imperfetto cit. pag.142-166

[3] L.Piasere L’etnografo imperfetto cit. pag.177 e 178


[1] la Fondazione Tommasino Bacciotti sostiene le famiglie con bambini affetti da tumori cerebrali. (www.tommasinobacciotti.it)

[2] C.Riconda Il mondo in una P.T.Cruiser. Caterina racconta il suo taxi –  la Repubblica Firenze, 25 luglio 2004


[1] rif. S.Boeri Confini Lezione Magistrale al Festival Filosofia, Modena 19.09. 2004

[2] C.Pasquinelli La vertigine dell’ordine Milano, Baldini Castoldi Dalai 2004 pag.9

[3] C.Pasquinelli La vertigine dell’ordine cit. pag.55

[4] Cfr.  G.Bachelard La poetica dello spazio cit.

[5] L.Piasere L’etnografo imperfetto Roma, Laterza 2002 pag. 179

[6] Ivi, pag. 180

[7] Ibidem

[8] S. Tosi Cambini Gente di sentimento Roma, Cisu, 2004, pag. 317

[9] citazione in S.Sontag Sulla fotografia Torino, Einaudi 1978

[10] G.Bachelard La poetica dello spazio cit. pag.65

[11] T.Spini Lo spazio decodificato dall’immagine La fotografia etnografica Giornata di studio in ricordo di Sandro Spini, Dipartimento di Studi Storici, Università di Venezia, 12.05.2006

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