Ciò che pubblico è il risultato di una ricerca sul campo svolta nell’arco di un anno in varie città, partendo dal tema della casa, argomento a me caro fin dall’infanzia. Mi piace parlare di  “sentimento dell’abitare” come ciò che ha messo in movimento la ricerca, che inizia un percorso tra le tracce umane negli spazi abitati che in realtà non può dirsi mai concluso.

Ho sempre osservato e sempre osservo con attenta curiosità, rispetto e passione gli angoli abitati in cui mi capita di trovarmi, con una profonda attrazione per il luogo (casa / angolo / “tana”) e per i suoi oggetti  che niente ha a che vedere con l’aspetto estetico che potrebbe derivare dal mio lavoro di stylist di arredamento.
E’ la rivelazione di chi abita questo luogo  attraverso le cose che mi affascina e mi rapisce, essendo questa “rivelazione” non solo psicologica ma anche culturale, antropologica e sociale.


foto tratta da “Io donna” febbraio 2001

La casa è in fondo nella propria testa, come un fardello ingombrante o un
dolce sollievo a cui ritornare dopo viaggi e crociate fisiche e mentali.
Abitare un luogo è rapportarsi a sé e agli altri con precisi codici: un vero e proprio linguaggio che usiamo nel rapporto tra noi e il mondo circostante. In questo lavoro ho cercato di tradurre e interpretare questo particolare linguaggio attraverso l’analisi di  testi sul tema  “casa” e sul suo vissuto (di ordine filosofico, antropologico, di psicologia ambientale, psicoanalitico) importanti per l’ ipotesi di “casa come luogo del Sé” e come “luogo abitato dalle nostre tracce”.  Attraverso la mia osservazione ho verificato come qualsiasi spazio venga “contaminato” , influenzato, “tracciato” da colui che lo vive anche solo per un tempo limitato, come un bisogno – che viene dal profondo – di segnare il proprio territorio,  sia esso il tavolo dell’ufficio o il letto dell’ospedale. Mi sono anche chiesta se in situazioni “estreme” che in genere sollecitano un contatto con noi stessi o di non stabilità della propria dimora per motivi di varia natura (scelta, imposizione, necessità) questo spazio venga ugualmente “segnato” da colui che lo abita, e come e se queste tracce si rivelino importanti per dipanare e capire la società, il mondo e la cultura in un momento di mescolanze etniche, di emergenze economiche e sociali, di emarginazione, di accentuate difficoltà psicologiche.

Questo lavoro si propone quindi di analizzare dimore, spazi – anche solo angoli abitati, con diverse caratteristiche – per capire se possano restituire al soggetto che abita nutrimento affettivo e identità personale e culturale, e se, attraverso questo, sia possibile una lettura chiarificatrice della realtà dell’abitare.

Lo sguardo con cui ho osservato e fotografato i luoghi analizzati, è stato lo sguardo di chi entra col proprio corpo in uno spazio abitato e vede “piccolo”, vede il dettaglio, la traccia che rivela, esprime, rappresenta e concretizza lo spazio locale. Luogo che si è confermato carico di indizi che possono far  capire meglio i fenomeni sociali, culturali, psicologici e antropologici.

Esiste  un comune denominatore negli spazi che ho osservato?  Se esiste,  posso dire che è stato il mio vivere, da etnografa, un incontro empatico con le case degli altri.

COSA È CASA
Casa significa spazio, tracce, cura, atto magico.

Tutti gli spazi che ognuno abita diventano spazi di possesso perché, lasciando le proprie tracce, lo spazio resta segnato dalla nostra presenza, diventando quindi il  nostro spazio.
La casa non è necessariamente il nostro spazio segnato. Ma lo spazio segnato è casa.

È casa l’angolo che la persona che vive in strada che si è fatto con i sacchetti e le coperte nella camerata dell’emergenza freddo; casa sono le fotografie appese nelle stanze; casa sono i vasi e le scarpette cinesi nel fienile toscano; casa sono i disegni dell’amore che non c’è più; casa è l’orologio a cucù che ora è rotto ma che nella casa prima del terremoto funzionava; casa è l’ordine e la pulizia asettica; casa è la sciarpa della squadra preferita nel letto dell’ospedale; è la scatola di pasta da fare col barattolo di sugo portato dal paese; è il calendario che scandisce i giorni; sono tutti i santi che proteggono; è farsi le manicure; è cucinare per qualcuno, è occuparsi di qualcosa, è tenere pulito il sottopassaggio; è la montagna di libri da circumnavigare.

Una rilevazione importante in questo lavoro consta nel fatto che non sempre si riesce a parlare del proprio rapporto con la casa, con gli oggetti, con gli spazi che si percorrono, dei movimenti che si fanno nella casa, delle relazioni con gli altri nello spazio che vivono in comune, delle relazioni con le cose della casa, di quello che fa sentire a casa. Riguardo a questo tema si riesce meglio a parlare del passato piuttosto che del presente: si ricorda la casa natale quasi sempre come un luogo felice, un tempo e quindi uno spazio idealizzato. Ma la quotidianità del vivere lo spazio, fatta di gesti e di percorsi, di cure o di disordini non si verbalizza: si agisce, come la necessità di cibarsi ogni giorno.
«La maniera in cui proiettiamo noi stessi e prima ancora la nostra immagine nello spazio conferendogli un ordine e un senso è in larga parte inconsapevole. Più che una scelta guidata dalla ragione o dalla coscienza essa assume la forma di una colonizzazione silenziosa compiuta da gesti minimali, come spostare un libro, chiudere un cassetto, riordinare le matite sulla scrivania o i cuscini sul divano. Gesti casuali, svagati, spesso automatici, che hanno a che fare con il mondo ovattato dell’abitudine e della ripetizione».
Il rapporto profondo (ovvero non estetico) con lo spazio, sembra essere non pensato, non consapevole.
La casa è luogo di intimità, e parlare delle cose intime è difficile e probabilmente non necessario. Il filosofo francese E.Lévinas, quando parla della dimora come spazio dell’intimità e dell’accoglienza, afferma: «Altro che accoglie nell’intimità è il tu della familiarità: linguaggio senza insegnamento, linguaggio silenzioso, intesa senza parole, espressione nel silenzio».  Anche Bachelard sostiene che «I valori del riparo sono talmente semplici, così profondamente radicati nell’inconscio, che li si ritrova piuttosto evocandoli che minuziosamente descrivendoli».

Entrando in uno spazio credo di aver colto modalità, rapporti, disagi, proiezioni, desideri e identificazioni, ma le domande da me poste non hanno avuto risposta, se non risposte ovvie e precostituite. Io stessa, mentre mi sentivo chiedere quali erano gli oggetti preferiti o quale era lo spazio dove ci si riconosceva, avvertivo come una vaghezza e un non senso nelle mie stesse parole. A rispondere era solo l’occhio che si posava sulle cose, ed è per questo che lo strumento che ho privilegiato è stata la macchina fotografica. L’antropologa Carla Pasquinelli nel suo libro La vertigine dell’ordine spiega perfettamente quello che intendo dire: «Ma solo la prima volta che lo si vede uno spazio è trasparente, poi con la consuetudine diventa opaco e altrettanto indecifrabile come per i suoi abitanti. Semplificando molto, si può dire che l’organizzazione dello spazio è una funzione delle relazioni tra le persone nel momento stesso in cui le rappresenta. Così un/una single organizzerà la sua casa in maniera molto diversa da una coppia e una coppia appena sposata da una famiglia. Ma a ognuno di loro la propria casa apparirà come uno spazio sacro separato dall’esterno e organizzato attorno a un centro capace di trasformare un luogo qualsiasi in un cosmo ordinato. Non diversamente da quei nomadi austrialiani, gli Alchipa, che quando si fermavano in un territorio sconosciuto piantavano per terra un palo, il palo totemico, decidendo che quello era il centro del mondo. Perfino gli homeless cercano di ricostruire un centro dando con i loro fagotti un ordine a quegli anfratti delle grandi città in cui trovano provvisorio rifugio».

Azzardo qui l’ipotesi che dato che ero stata accolta in uno spazio intimo, non c’era bisogno di parole per spiegare oltre. In effetti fuori della casa si è più disposti a parlarne, come si è più disposti a parlare della casa dei ricordi o del passato.

L’abitare vissuto lo si può descrivere meglio con una evocazione letteraria o poetica  ed è per questo che nei vari “casi di case” ho utilizzato molte citazioni letterarie.

Con  questo mio lavoro, sia nella parte teorica che in quella della osservazione degli spazi abitati, ho fatto effettivamente emergere la frammentarietà delle teorie postmoderne. Come dice L.Piasere «Sappiamo già che l’osservazione partecipante permette la serendipità, permette di trovare cose senza cercarle. Oltre a questo, essa permette di imbattersi in sorprese, cioè cose o eventi che proprio non ci si aspettava».   Queste sorprese, che l’etnografo, lì per lì, non capisce,  sono chiamate punti ricchi. E i punti ricchi vengono appresi mediante la micro-esperienza dell’osservazione partecipante. «In questo modo, una visione olistica è ottenuta attraverso un assemblaggio di frammenti di cultura».

Così le letture teoriche si sono intersecate con gli spazi abitati che ho visitato, in un processo di «conoscenza etnografica»,  strettamente legata all’ evocazione che quei luoghi hanno suscitato, nel modo che S. Tosi Cambini definisce «crocevia di generi di esposizione diversi» , guidata cioè  da analisi ma anche da evocazioni, immagini, scritti e poesie.

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