«Se io fossi semplicemente curiosa, mi sarebbe assai difficile  dire a qualcuno: “Voglio venire a casa tua e farti parlare e indurti a raccontarmi la storia della tua vita”. Voglio dire che mi direbbero:  “Tu sei matta”. E in più starebbero molto sulle loro. Ma la macchina fotografica dà una specie di licenza. Tanta gente vuole che le si presti molta attenzione, e questo è un tipo ragionevole di attenzione da prestare».
Diane Arbus

Nella mia borsa oltre al portafoglio con i documenti, l’erogatore contro gli attacchi asmatici, gli occhiali da vista, un blocchetto e una penna, c’è una macchina digitale, di quelle piccole come un pacchetto di sigarette. Da quando mi è stata regalata è sempre e ovunque con me. Un modo di prendere appunti che è visivo, che è il mio modo, da quando lavoro con e su-le immagini e soprattutto con e su-le cose. Non sono una fotografa professionista, il mio uso della macchina fotografica è per raccontare attraverso immagini quello che mi colpisce. Al convegno del 12 maggio 2006 organizzato dal Dipartimento Studi Storici dell’Università di Venezia in ricordo di Sandro Spini è stato detto che S.Spini amava aprire le sue lezioni di antropologia visiva con questa frase di Lewis Hine che spiega assai bene quello che intendo dire: «Se sapessi raccontare una storia con le parole non avrei bisogno di trascinarmi dietro una macchina fotografica».

La scoperta della fotografia è per me una scoperta “tardiva”, che viene certamente dopo quella della parola o dello scrivere, ma che ha racchiuso in sé anche queste altre espressioni.
In questo lavoro, centrato sulla empatia negli spazi in cui sono entrata, l’immagine fermata di quegli spazi  mi ha consentito di osservarli ad un livello più approfondito. Come sosteneva Sandro Spini, solo l’immagine permette lo studio a posteriori dell’evento registrato.

Partendo dalla mia attenzione alla casa e all’abitare e dal mio approccio legato all’immagine, è stato per me interessante vedere come il materiale raccolto per questo lavoro abbia dimostrato, nel corso del suo svolgimento, la vicinanza che può esistere tra visione antropologica ed immagine fotografica. Le immagini e i testi sono tra loro complementari, e completandosi, documentano, forse, in qualche modo, il collegamento tra antropologia e fotografia: una relazione tra il guardare e la consapevolezza di ciò che si vede, tra il vedere e il comprendere meglio una determinata situazione.
Sono entrata negli spazi abitati con la mia piccola digitale e ho preso appunti, a volte anche frettolosamente per riserbo mentre capivo di inoltrarmi in territori intimi e privati. Ho cercato di cogliere angoli, fette di spazio vissuto, lasciandomi guidare da istinto e emozione.
Pur non essendo uno scrittore o un poeta ho, come dice Bachelard “letto” una camera, “letto” una casa: «ha un senso dire che si “legge una casa”, si “legge una camera”, poiché camera e casa sono diagrammi psicologici che guidano gli scrittori ed i poeti nell’analisi dell’intimità».

Solo dopo una successiva osservazione le immagini hanno trovato un loro percorso, che mi ha aiutato a fare chiarezza, spesso a districare il senso, come afferma Tito Spini dicendo che si tratta di decodificare con l’immagine lo spazio abitato, e che la visione dei dettagli consente riflessioni e commenti che nella visione d’insieme sono impossibili .
Sono grata perciò a tutti quelli che mi hanno autorizzato a entrare nei loro mondi privati e che mi hanno aiutata a capire.

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